Dunque, innanzitutto ci tengo a farvi notare che Beppe Grillo mi ha copiato il post di ieri! Ma roba da maaatti!!! Va bene, lo so, il mio è scritto meglio, però i contenuti sono simili.
...lasciamo stare va...
Riprendiamo piuttosto il filo del discorso. Ci sono, dicevo, ragioni più profonde di quelle che ho esposto ieri che mi portano a scegliere di non votare.
Premetto che non pretendo qui di convincere nessuno, né ambisco a una trattazione esaustiva o coerente o fondata su chissà quali teorie filosofiche o sociali.
L'idea di fondo è questa: le istanze di cambiamento che forse, un tempo, potevano essere rivolte alla politica, vanno oggi rivolte altrove. Ci si aspetta che un Governo possa cambiare l'Italia? E' un'aspettativa priva di ogni fondamento. E' una semplificazione di una realtà che è ben più complessa. Diciamo pure che è un modo di delegare all'esterno qualcosa che dipende da ognuno di noi.
Dice a un certo punto Camilleri che Berlusconi è un extraterrestre della democrazia, che non ci appartiene. Non sono d'accordo: Berlusconi è un prodotto della democrazia e ci appartiene, eccome se ci appartiene!
Lessi anni fa da qualche parte che in ogni epoca nasce un matto che vuole conquistare il Mondo, ma non in tutte le epoche questo matto viene messo a capo di una Nazione. Si parlava in questo caso di Hitler, ma la frase si può parafrasare per i giorni nostri: un Berlusconi da qualche parte c'è sempre, ma non sempre lo si fa Presidente del Consiglio.
Dobbiamo allora seriamente riflettere e chiederci se è Berlusconi ad aver imbarbarito il nostro Paese o se, invece, è il nostro Paese imbarbarito ad aver prodotto Berlusconi. Io sono convinto che causa ed effetto si confondano in questo caso, come con l'uovo e la gallina.
Allora, non è votando il meno peggio che si combatte Berlusconi. Lo si combatte riappropriandosi di una cultura che non abbiamo più, di un'etica che abbiamo dimenticato e che, anche quando ce la ricordiamo in teoria, non applichiamo in pratica.
E' giusto chiedere all'amico consigliere comunale di annullare una multa? No... però se la multa l'hanno fatta a me...
E' giusto chiedere all'amico medico o infermiere di fare la TAC prima dei tempi previsti dalle liste d'attesa? No... però se la TAC la devo fare io...
E' giusto chiedere all'amico professore di "dare una mano" al figlio per gli esami? No... però se il figlio è il mio...
E' giusto chiedere la raccomandazione per il concorso? No... però la chiedono tutti, e sennò come si fa a passarlo?!
Viviamo di scorciatoie, di vie facili.
E' giusto creare un partito per guadagnarsi l'impunità dopo aver corrotto giudici ed essere stato colluso con la mafia? No... però...
Cosa cambia fra quello che noi facciamo in piccolo e quello che Berlusconi ha fatto in grande? La via breve per la TAC o per l'esame o per il concorso cosa ha di diverso dalla via breve per il l'impunità e per il potere?
Ecco perché non alla politica vanno rivolte le istanze di cambiamento della nostra società, ma a noi stessi, al nostro modo di pensare e agire nella vita di tutti i giorni.
Non pensiamo che, con una X sul simbolo giusto, possiamo davvero cambiare le cose. Smettiamo di pensare che non dipende da noi: tutto dipende da ognuno di noi! Comportiamoci "eticamente", rinunciamo a ciò che non possiamo avere perché non ci spetta, rivendichiamo ciò che non abbiamo anche se ci spetta.
Portiamo l'unico cambiamento che davvero possiamo portare, quello di noi stessi e delle nostre azioni. Il resto verrà dopo e non avremo bisogno di delegare la "rivoluzione" al politico di turno.
giovedì 10 aprile 2008
Perché non voto / 1
Sono molto indeciso sul "se" scrivere questo post... A dire il vero anche il "come" non mi è molto chiaro. Scriverò di getto, come sempre, pensando solo alla parola che viene dopo quella appena scritta. Forse alla fine del post, rileggendomi, mi sarà anche più chiaro il mio pensiero.
Domenica si vota e di questo un po' tutti credo siate a conoscenza.
Domenica io non voto. E anche questo non sorprenderà chi mi conosce, o comunque frequenta questo blog, e sa che mi trovo dall'altra parte dell'Oceano Atlantico e che sarebbe un po' dispendioso raggiungere il mio seggio elettorale.
Anche se mi trovassi in Italia non voterei comunque. Non è che mi aspetti una dichiarazione di Veltroni o Berlusconi in proposito. Neanche aspiro a un appello di qualcuno dei vari altri candidatucoli che cercano di ritagliarsi un titoletto sui giornali facendosi lanciare uova nelle piazze o riaffermando con eleganza il loro no alle avance del Cavaliere.
Come dicevo all'inizio, scrivo questo post soprattutto per riordinare le idee.
Ci tengo innanzitutto a precisare che la mia scelta non ha niente a che fare con Grillo e col Grillismo. Con tutta la simpatia per il blogger genovese e pur condividendo tante delle sue battaglie e avendo firmato per il V-Day ecc., le posizioni di Grillo e soprattutto la sua più recente deriva populista mi allontanano da lui. E mai avrei votato per una delle sue liste con bollino, in cui sono certo che avrei letto i soliti nomi riciclati di gente che, dai Social Forum ai Girotondi, non si è perso neanche uno dei movimenti nati e morti negli ultimi dieci anni.
Chi negli ultimi giorni mi ha reso ancora più determinato in questa scelta è stato il buon Andrea Camilleri, insieme al Pancho Pardi, leader dei Girotondi e ora capolista dell'Italia dei Valori per il Senato in Toscana. Due personaggi per cui nutro stima e, nel caso di Camilleri, di cui sono accanito lettore e ammiratore.
In due video proposti on line dalla rivista Micromega i due rivolgono accorati appelli agli astensionisti di sinistra. Il contenuto, ridotto all'osso, è: se non votiamo PD, vince Berlusconi!
Un'argomentazione forte senza dubbio! Io Berlusconi e la sua banda al Governo non ce li voglio, per carità. Ma perché, allora, mi convinco ancora di più che, anche se potessi, non andrei a votare?
Nell'arco della mia intera "vita politica" Berlusconi è stata una costante fissa, sempre presente. Ho seguito la prima campagna elettorale nel 1994 e da allora in poi questo Belzebù della politica italiana non è mai mancato. Ha vinto contro Occhetto, ha perso contro Prodi, ha vinto contro Rutelli, ha riperso contro Prodi... Sempre presente!
Ho raggiunto l'eta' per votare nel 1998. Sono trascorsi ormai ben 10 anni: 10 anni a votare coalizioni traballanti o candidati impresentabili (Rutelli, ma come ho fatto a votare Rutelli?!). Dieci anni a votare "perchè altrimenti vince Berlusconi".
Sono ormai fermamente convinto che Berlusconi e questa sinistra si sorreggano a vicenda. Berlusconi c'è perché a questa sinistra fa comodo. Berlusconi è l'unica ragione per votare questa sinistra. Non ce ne sono altre.
Di promesse di cambiamento del nostro Paese da parte di questa sinistra ne abbiamo avute tante e si sono sempre perse per strada.
"Yes, we can" dice il buon Walter. A parte il fatto che, come dicono da queste parti, poteva pure fare un piccolo sforzo e inventarsi uno slogan suo. Ma a parte questo, perché non dire piuttosto "avremmo potuto"? Nel 1996 "avremmo potuto... ma Bertinotti"; nel 2007 "avremmo potuto... ma Mastella". Questa sinistra è un continuo arrancare, non ha un'idea in testa, manca di una guida, di un riferimento. Fosse almeno in grado di contrastare il ripugnante nano di Arcore si avrebbe forse motivo di votarla. Ma non è così!
Scrisse tanti anni fa Curzio Maltese che il progetto di Berlusconi era fare il Presidente della Repubblica. Questa minaccia incombente la ripete oggi Flores D'Arcais nell'intervista a Camilleri di cui sopra. Sarebbe, dice e ha ragione, una vergogna irreparabile per il nostro Paese.
A cosa è servito, allora, “turarsi il naso” per tutti questi anni, se la minaccia non è cambiata e, anzi, si representa con sempre maggior forza?
Non viene il sospetto che, se proprio vogliamo contrastare Berlusconi, forse non è più il caso di affidarsi a chi, in 10 anni, non è riuscito neanche a scalfirlo? A chi, anzi, è riuscito a resuscitarlo quando sembrava morto? A chi non ha modificato neanche una delle tante leggi ad personam contro cui durante gli anni di opposizione si era fatto finta di indignarsi e che, in campagna elettorale, ci si era impegnati a spazzar via?
Penso sia abbastanza per oggi e ora bisogna che mi rimetta al lavoro. Ma le argomentazioni non finiscono qui... Mancano, anzi, le ragioni forse più profonde di questa scelta.
Domenica si vota e di questo un po' tutti credo siate a conoscenza.
Domenica io non voto. E anche questo non sorprenderà chi mi conosce, o comunque frequenta questo blog, e sa che mi trovo dall'altra parte dell'Oceano Atlantico e che sarebbe un po' dispendioso raggiungere il mio seggio elettorale.
Anche se mi trovassi in Italia non voterei comunque. Non è che mi aspetti una dichiarazione di Veltroni o Berlusconi in proposito. Neanche aspiro a un appello di qualcuno dei vari altri candidatucoli che cercano di ritagliarsi un titoletto sui giornali facendosi lanciare uova nelle piazze o riaffermando con eleganza il loro no alle avance del Cavaliere.
Come dicevo all'inizio, scrivo questo post soprattutto per riordinare le idee.
Ci tengo innanzitutto a precisare che la mia scelta non ha niente a che fare con Grillo e col Grillismo. Con tutta la simpatia per il blogger genovese e pur condividendo tante delle sue battaglie e avendo firmato per il V-Day ecc., le posizioni di Grillo e soprattutto la sua più recente deriva populista mi allontanano da lui. E mai avrei votato per una delle sue liste con bollino, in cui sono certo che avrei letto i soliti nomi riciclati di gente che, dai Social Forum ai Girotondi, non si è perso neanche uno dei movimenti nati e morti negli ultimi dieci anni.
Chi negli ultimi giorni mi ha reso ancora più determinato in questa scelta è stato il buon Andrea Camilleri, insieme al Pancho Pardi, leader dei Girotondi e ora capolista dell'Italia dei Valori per il Senato in Toscana. Due personaggi per cui nutro stima e, nel caso di Camilleri, di cui sono accanito lettore e ammiratore.
In due video proposti on line dalla rivista Micromega i due rivolgono accorati appelli agli astensionisti di sinistra. Il contenuto, ridotto all'osso, è: se non votiamo PD, vince Berlusconi!
Un'argomentazione forte senza dubbio! Io Berlusconi e la sua banda al Governo non ce li voglio, per carità. Ma perché, allora, mi convinco ancora di più che, anche se potessi, non andrei a votare?
Nell'arco della mia intera "vita politica" Berlusconi è stata una costante fissa, sempre presente. Ho seguito la prima campagna elettorale nel 1994 e da allora in poi questo Belzebù della politica italiana non è mai mancato. Ha vinto contro Occhetto, ha perso contro Prodi, ha vinto contro Rutelli, ha riperso contro Prodi... Sempre presente!
Ho raggiunto l'eta' per votare nel 1998. Sono trascorsi ormai ben 10 anni: 10 anni a votare coalizioni traballanti o candidati impresentabili (Rutelli, ma come ho fatto a votare Rutelli?!). Dieci anni a votare "perchè altrimenti vince Berlusconi".
Sono ormai fermamente convinto che Berlusconi e questa sinistra si sorreggano a vicenda. Berlusconi c'è perché a questa sinistra fa comodo. Berlusconi è l'unica ragione per votare questa sinistra. Non ce ne sono altre.
Di promesse di cambiamento del nostro Paese da parte di questa sinistra ne abbiamo avute tante e si sono sempre perse per strada.
"Yes, we can" dice il buon Walter. A parte il fatto che, come dicono da queste parti, poteva pure fare un piccolo sforzo e inventarsi uno slogan suo. Ma a parte questo, perché non dire piuttosto "avremmo potuto"? Nel 1996 "avremmo potuto... ma Bertinotti"; nel 2007 "avremmo potuto... ma Mastella". Questa sinistra è un continuo arrancare, non ha un'idea in testa, manca di una guida, di un riferimento. Fosse almeno in grado di contrastare il ripugnante nano di Arcore si avrebbe forse motivo di votarla. Ma non è così!
Scrisse tanti anni fa Curzio Maltese che il progetto di Berlusconi era fare il Presidente della Repubblica. Questa minaccia incombente la ripete oggi Flores D'Arcais nell'intervista a Camilleri di cui sopra. Sarebbe, dice e ha ragione, una vergogna irreparabile per il nostro Paese.
A cosa è servito, allora, “turarsi il naso” per tutti questi anni, se la minaccia non è cambiata e, anzi, si representa con sempre maggior forza?
Non viene il sospetto che, se proprio vogliamo contrastare Berlusconi, forse non è più il caso di affidarsi a chi, in 10 anni, non è riuscito neanche a scalfirlo? A chi, anzi, è riuscito a resuscitarlo quando sembrava morto? A chi non ha modificato neanche una delle tante leggi ad personam contro cui durante gli anni di opposizione si era fatto finta di indignarsi e che, in campagna elettorale, ci si era impegnati a spazzar via?
Penso sia abbastanza per oggi e ora bisogna che mi rimetta al lavoro. Ma le argomentazioni non finiscono qui... Mancano, anzi, le ragioni forse più profonde di questa scelta.
giovedì 3 aprile 2008
Oh man, what a game!
Ragazzi, che partita ieri al Verizon Center!
Washington Wizards contro Milwaukee Bucks. I Wizards realizzano il primo canestro e restano in vantaggio per tutta la partita, con un distacco massimo di 11 punti.
La grande sorpresa arriva intorno al 5 minuto del primo quarto. Applausi e urla iniziano ad arrivare dagli spettatori piu' vicini alla panchina e presto tutto il pubblico sembra in delirio. Non capisco cosa succede, perche' in campo non succede niente di esaltante, forse il gioco e' addirittura fermo. Ma dopo qualche secondo tutto si spiega: entra Arenas!
Gilbert Arenas, numero 0, e' la "stella" dei Wizards. E' stato fuori per quasi tutta la stagione a causa di un infortunio al ginocchio e rientra proprio oggi, a sorpresa, dopo 66 partite.
La differenza si fa sentire subito: prima palla toccata e primo canestro. In 19 minuti fa 17 punti e 2 assist.
La partita e' spettacolare, con belle azioni da una parte e dall'altra e si accende soprattutto con un paio di schiacciate di Young.
Anche negli intervalli lo spettacolo non manca. A parte i soliti lanci di magliette e tacos e i giochetti con le videocamere (kiss cam, dance cam ecc.), la mascotte G-Man si esibisce in un numero di schiacciate acrobatiche.
Siamo nell'ultimo quarto quando e' proprio Arenas a segnare il 100esimo punto per i Wizards. I Bucks pero' sono sempre la', hanno intorno ai 5 punti di distacco.
Le ultime fasi di gioco hanno dell'incredibile. I Bucks raggiungono e superano la squadra di casa! Mancano 15 secondi quando Arenas con due tiri liberi riporta i Wizards in vantaggio. Siamo 109-108.
Il tempo sul cronometro corre via: 5, 4, 3, 2... Fallo! Il tempo si ferma a 1.1...
I soliti "previdenti" incominciano a lasciare gli spalti per evitare la calca e il traffico, ormai la partita e' finita, tanto vale andare via appena suona la sirena del time-out chiamato dai Milwaukee. Non sanno cosa stanno per perdersi.
Le squadre si schierano, siamo nell'area dei Wizards e il gioco riprende con una rimessa laterale (che nel calcio si chiama cosi', nel basket non so, ma insomma ci siamo capiti). Con due passaggi la palla arriva nell'angolo basso a Ramon Sessions e, prima che la sirena suoni, si stacca dalle mani del giocatore. Il tiro da 2 punti va dentro e il Verizon Center e' gelato.
Gli arbitri guardano il replay negli schermi e confermano la decisione.
I Milwaukee Bucks battono i Washington Wizards 110 a 109!
domenica 30 marzo 2008
The National Cherry Blossom Festival
Nel 1912 la città di Washington ricevette dal sindaco di Tokyo 3000 ciliegi, a simboleggiare l'amicizia fra i due popoli e i buoni rapporti fra Stati Uniti e Giappone. Qualche decina d'anni dopo gli Stati Uniti avrebbero ricambiato l'omaggio con due rari (e un po' meno amichevoli) funghi: ma questa è un'altra storia...
Lo scambio continuò nel 1915, quando il governo degli Stati Uniti donò al popolo giapponese il dogwood tree (che in italiano dovrebbe essere il corniolo). Nel 1981, a seguito di un alluvione la città di Yoshino perse i suoi ciliegi e Washington ricambiò mandando le talee dei ciliegi che nel frattempo crescevano rigogliosi sulle rive del Potomac. Da ultimo, nel 1999 furono piantati dei nuovi alberi sulle rive del Tidal Basin, provenienti dalla provincia giapponese di Gifu.
Ogni anno a Washington si celebra la fioritura dei ciliegi con il "Cherry Blossom Festival". Danze, concerti, fuochi d'artificio si susseguono per ben due settimane. fra la fine di marzo e i primi di aprile. L'edizione 2008 ha avuto inizio ieri.
Ne approfitto per fare una passeggiata nel famoso parco di Washington, il National Mall.
Armato di macchina fotografica, mi dirigo prima verso il National Building Museum, dove si tiene la cerimonia d'apertura. Il programma, però, non mi sembra granché interessante: una Miss Universo presenta un'orchestrina jazz e solo alla chiusura qualche artista giapponese, più intonato all'atmosfera. E poi non mi entusiasma l'idea di stare al chiuso di un museo, mentre i ciliegi là fuori fioriscono...
Mi incammino verso il "giardino di Washington". Il parco è pieno di bimbi che fanno volare aquiloni di tanti tipi e colori diversi. Le prime foto, con il Capitol di sfondo, non vengono molto bene. Attraverso l'immenso prato che divide il Capitol dal Washington Monument, facendo fotografie ai bambini e agli aquiloni (e a due tipi con lunghissimi capelli rasta).
Il National Mall è pieno di gente e c'è una coda lunghissima anche per entrare nella metropolitana.
Vicino al Washington Monument (che sarebbe quel gigantesco pilone circondato da bandiere a stelle e strisce e con le lucette colorate in cima) c'è un primo gruppetto di alberelli in fiore e tanta gente che ci si fa le foto. Dopo un po' di scatti continuo la passeggiata verso il Jefferson Memorial, dove, intorno al bacino artificiale ricavato nel Potomac, sono concentrati la maggior parte degli alberi.
Ovviamente, anche in questo scenario bucolico, non manca il cartello di pericolo che da queste parti non si risparmiano mai. Sull'autobus "attenzione al gradino", ovunque appena fa due gocce d'acqua "attenzione, pavimento bagnato", sulla scala mobile "attenzione, allacciatevi i lacci della scarpe", sui cibi surgelati "attenzione, togliere l'involucro prima di infornare". Come poteva mancare qui il cartello "Attenzione, rami bassi"?!
Etichette:
Cherry Blossom Festival,
foto,
National Mall,
Washington
sabato 22 marzo 2008
Dupont Circle e la 17th
...dicevamo dello Steam cafe...
Consigliato soprattutto per i panini, lo Steam è gestito da Driss e Ghizlane, marocchini e appena sposati (le malelingue dicono che lui l'abbia sposata solo perché è incinta, ma chissà se hanno ragione).
Driss ha il classico sorriso da mercante arabo. Non che io abbia mai visto il sorriso di un mercante arabo, solo che immagino che il "classico sorriso del mercante arabo" sia qualcosa di molto simile a quello di Driss. Lui sta dietro il bancone e da lì accoglie i clienti e prende le ordinazioni.
Da quando ci sono entrato la prima volta e ho chiesto dell'acqua a temperatura ambiente tiene sempre qualche bottiglia fuori dal frigo. Se n'è ricordato anche l'altro giorno, dopo mesi che non ci andavo... Così come non manca mai di salutare in italiano: "Ciao! Ci vediamo domani!".
Allo steam lavora David. Lui è algerino e l'italiano lo parla bene. Ad essere precisi parla napoletano. Ha vissuto una decina d'anni in Italia, e ne approfitta sempre per farsi una chiacchierata, perché era tanto che non aveva l'occasione di parlare italiano.
David vive ad Alexandria con la famiglia dello zio e ci mette circa un'ora ogni giorno per andare a lavorare. La zona non gli piace però: ci sono troppi gay qui, dice. E come dargli torto? La 17th non è certamente l'ambiente di lavoro ideale per un "musulmano omofobico".
Parliamo di uno dei luoghi simbolo del "gay pride". Siamo in una delle zone in cui i primi locali gay cominciarono ad aprire negli anni Settanta, fra i primi negli Stati Uniti (e, immagino, al Mondo). La Dupont Circle area fu recuperata e rivitalizzata, appunto, negli anni Settanta, quando la popolarono bohémien e gay.
Sulla 17th si trovano alcuni dei più noti locali a frequentazione gay di DC. Particolarmente nota per i suoi squisiti piatti di carne è la Annie's Paramount Steak House. Ci potete andare anche se non siete omosessuali ovviamente: posso assicurare che le vostre tendenze non saranno in alcun modo intaccate e in compenso il palato vi ringrazierà.
Altro luogo da non perdere sulla 17th è Sushi Taro, da molti considerato il miglior ristorante giapponese di Washington. Non ho provato gli altri, ma questo è davvero ottimo! E a conferma di ciò è ad alta frequentazione giapponese, oltre ad avere alle pareti le foto autografate con dedica dei Clintons, dei Bush e di celebrità varie.
Per chiudere, qualche foto di Dupont Circle e della 17th.
Consigliato soprattutto per i panini, lo Steam è gestito da Driss e Ghizlane, marocchini e appena sposati (le malelingue dicono che lui l'abbia sposata solo perché è incinta, ma chissà se hanno ragione).
Driss ha il classico sorriso da mercante arabo. Non che io abbia mai visto il sorriso di un mercante arabo, solo che immagino che il "classico sorriso del mercante arabo" sia qualcosa di molto simile a quello di Driss. Lui sta dietro il bancone e da lì accoglie i clienti e prende le ordinazioni.
Da quando ci sono entrato la prima volta e ho chiesto dell'acqua a temperatura ambiente tiene sempre qualche bottiglia fuori dal frigo. Se n'è ricordato anche l'altro giorno, dopo mesi che non ci andavo... Così come non manca mai di salutare in italiano: "Ciao! Ci vediamo domani!".
Allo steam lavora David. Lui è algerino e l'italiano lo parla bene. Ad essere precisi parla napoletano. Ha vissuto una decina d'anni in Italia, e ne approfitta sempre per farsi una chiacchierata, perché era tanto che non aveva l'occasione di parlare italiano.
David vive ad Alexandria con la famiglia dello zio e ci mette circa un'ora ogni giorno per andare a lavorare. La zona non gli piace però: ci sono troppi gay qui, dice. E come dargli torto? La 17th non è certamente l'ambiente di lavoro ideale per un "musulmano omofobico".
Parliamo di uno dei luoghi simbolo del "gay pride". Siamo in una delle zone in cui i primi locali gay cominciarono ad aprire negli anni Settanta, fra i primi negli Stati Uniti (e, immagino, al Mondo). La Dupont Circle area fu recuperata e rivitalizzata, appunto, negli anni Settanta, quando la popolarono bohémien e gay.
Sulla 17th si trovano alcuni dei più noti locali a frequentazione gay di DC. Particolarmente nota per i suoi squisiti piatti di carne è la Annie's Paramount Steak House. Ci potete andare anche se non siete omosessuali ovviamente: posso assicurare che le vostre tendenze non saranno in alcun modo intaccate e in compenso il palato vi ringrazierà.
Altro luogo da non perdere sulla 17th è Sushi Taro, da molti considerato il miglior ristorante giapponese di Washington. Non ho provato gli altri, ma questo è davvero ottimo! E a conferma di ciò è ad alta frequentazione giapponese, oltre ad avere alle pareti le foto autografate con dedica dei Clintons, dei Bush e di celebrità varie.
Per chiudere, qualche foto di Dupont Circle e della 17th.
domenica 16 marzo 2008
Washington, i proiettili e i colori della metro
Sono tornato oggi in uno dei primi posti che ho frequentato al mio arrivo qui a Washington: lo Steam cafe, un piccolo locale sulla 17th NW, all'angolo di R street.
Ci sono andato spesso durante la prima settimana qui, perché era molto vicino all'hotel dove dormivo. Il posto è accogliente: un bancone con sgabelli e la vetrina dei dolci, una decina di tavolini nella sala e ampie vetrate che si affacciano sulla 17th.
Siamo nella Dupont Circle area, una delle più "chic" di Washington. Siamo nel nord ovest di DC: certamente non si tratta di una delle zone che contribuiscono a fare della capitale una delle città americane con il più alto tasso di omicidi. 13esima nel 2005 con 35,4 omicidi ogni 100'000 abitanti, DC detiene record passati ben più alti e in alcuni anni ha conquistato il primato in questa speciale classifica.
In tempi non molto lontani Washington era una città violenta e razzista. Bill Bryson in "The lost continent" riporta i suoi ricordi di infanzia legati alla capitale, una città afosa e sporca, in cui una volta vide un uomo che era stato sparato alla testa e giaceva a terra in una pozza di sangue. Una città in cui mentre i bianchi mangiavano seduti ai tavoli, i neri ordinavano da portare via e se ne andavano a mangiare a casa, in macchina o per strada.
Certo oggi non è più così. Washington viene descritta a ragione come una città molto pulita e, soprattutto, non è poi così calda come la ricorda Bryson, i cui ricordi di infanzia sono legati esclusivamente alle vacanze estive in Agosto!
A parte questo, gli omicidi restano tanti, la disputa sulle armi da fuoco ancora all'ordine del giorno (attualmente si attende una decisione della Corte Suprema sulla decisione di DC di bandire le pistole, una decisione ragionevole che si scontra contro l'emendamento "western" che sanziona fra i diritti del cittadino americano quello di portare armi e soprattutto contro le lobby di chi le armi le produce); sono passati in fondo solo 10 anni da quando si decise di cambiare nome alla squadra di basketball per prendere le distanze dalla violenza dilagante e i "Bullets" (proiettili) diventarono i "Wizards" (maghi).
E non si può neanche dire che Washington sia una grande esempio di integrazione razziale. Provate a fare un giro in metro e vedrete come cambiano le facce e i colori e i suoni a seconda della linea su cui vi trovate e della direzione in cui andate.
Sulla linea gialla, che passa per Chinatown, ci trovate più asiatici. Sulla blu e sull'arancione, che vengono dalla Virginia, quasi tutti bianchi (che in Virginia sono il 73%, mentre in DC sono meno del 40%). Anche la rossa è a maggioranza bianca, ma qui si sente un po' di più lo spagnolo. La verde è la linea che va nel sud est della città, la zona più degradata e ancora oggi pericolosa: sulla verde i neri sono la maggioranza assoluta.
La mancanza di una vera e propria integrazione razziale nella città la si nota anche nella rarità di coppie miste: non è facile vedere un bianco mano nella mano con una nera, o un asiatico con una bianca, o un ispanico con una asiatica...
Per non parlare, poi, della divisione nella vita notturna: Georgetown bianca come le limousine che scorrazzano frotte di ragazzini "bene" da un locale all'altro; Adams Morgan giusto un po' meno bianca di Georgetown (ma soprattutto senza ragazzini in limousine, il che la rende molto più piacevole!); U Street e Chinatown nere; la Virginia bianca bianca.
Beh, sia chiaro, la divisione è in realtà meno netta di come la sto presentando qui, però in fin dei conti c'è e si fa sentire.
Ma da dove avevo iniziato?! Ah giusto, lo Steam cafe...
Ci sono andato spesso durante la prima settimana qui, perché era molto vicino all'hotel dove dormivo. Il posto è accogliente: un bancone con sgabelli e la vetrina dei dolci, una decina di tavolini nella sala e ampie vetrate che si affacciano sulla 17th.
Siamo nella Dupont Circle area, una delle più "chic" di Washington. Siamo nel nord ovest di DC: certamente non si tratta di una delle zone che contribuiscono a fare della capitale una delle città americane con il più alto tasso di omicidi. 13esima nel 2005 con 35,4 omicidi ogni 100'000 abitanti, DC detiene record passati ben più alti e in alcuni anni ha conquistato il primato in questa speciale classifica.
In tempi non molto lontani Washington era una città violenta e razzista. Bill Bryson in "The lost continent" riporta i suoi ricordi di infanzia legati alla capitale, una città afosa e sporca, in cui una volta vide un uomo che era stato sparato alla testa e giaceva a terra in una pozza di sangue. Una città in cui mentre i bianchi mangiavano seduti ai tavoli, i neri ordinavano da portare via e se ne andavano a mangiare a casa, in macchina o per strada.
Certo oggi non è più così. Washington viene descritta a ragione come una città molto pulita e, soprattutto, non è poi così calda come la ricorda Bryson, i cui ricordi di infanzia sono legati esclusivamente alle vacanze estive in Agosto!
A parte questo, gli omicidi restano tanti, la disputa sulle armi da fuoco ancora all'ordine del giorno (attualmente si attende una decisione della Corte Suprema sulla decisione di DC di bandire le pistole, una decisione ragionevole che si scontra contro l'emendamento "western" che sanziona fra i diritti del cittadino americano quello di portare armi e soprattutto contro le lobby di chi le armi le produce); sono passati in fondo solo 10 anni da quando si decise di cambiare nome alla squadra di basketball per prendere le distanze dalla violenza dilagante e i "Bullets" (proiettili) diventarono i "Wizards" (maghi).
E non si può neanche dire che Washington sia una grande esempio di integrazione razziale. Provate a fare un giro in metro e vedrete come cambiano le facce e i colori e i suoni a seconda della linea su cui vi trovate e della direzione in cui andate.
Sulla linea gialla, che passa per Chinatown, ci trovate più asiatici. Sulla blu e sull'arancione, che vengono dalla Virginia, quasi tutti bianchi (che in Virginia sono il 73%, mentre in DC sono meno del 40%). Anche la rossa è a maggioranza bianca, ma qui si sente un po' di più lo spagnolo. La verde è la linea che va nel sud est della città, la zona più degradata e ancora oggi pericolosa: sulla verde i neri sono la maggioranza assoluta.
La mancanza di una vera e propria integrazione razziale nella città la si nota anche nella rarità di coppie miste: non è facile vedere un bianco mano nella mano con una nera, o un asiatico con una bianca, o un ispanico con una asiatica...
Per non parlare, poi, della divisione nella vita notturna: Georgetown bianca come le limousine che scorrazzano frotte di ragazzini "bene" da un locale all'altro; Adams Morgan giusto un po' meno bianca di Georgetown (ma soprattutto senza ragazzini in limousine, il che la rende molto più piacevole!); U Street e Chinatown nere; la Virginia bianca bianca.
Beh, sia chiaro, la divisione è in realtà meno netta di come la sto presentando qui, però in fin dei conti c'è e si fa sentire.
Ma da dove avevo iniziato?! Ah giusto, lo Steam cafe...
sabato 8 marzo 2008
Don Pizarro: "Stamo ar Medioevo, c'ha ragione mi' fijo"
Per chi se la fosse persa, direttamente da YouTube, l'ultima apparizione televisiva del grande Corrado Guzzanti.
Iscriviti a:
Post (Atom)
