martedì 26 febbraio 2008

Che fortuna essere ammalati negli USA!

Ma chi l'ha detto che negli USA essere ammalati è un dramma per chi non ha assicurazione? Chi l'ha detto che qui chi non può permettersi la sanità privata è destinato a morte certa? Non fidatevi di quel Michael Moore e delle altre malelingue che gettano fango sul sistema sanitario americano: tutto falso! Qui essere ammalati è una risorsa.
Provate ad aprire un giornale qualunque e vi accorgerete delle tante opportunità che vi si presentano se avete avuto la fortuna di ammalarvi. Sfogliamo insieme l'Express (edizione gratuita per la metro del Washington Post) del 19 febbraio.
A pagina 2 troviamo un'interessante offerta per chi ha l'alluce valgo. I ricercatori del Chesapeake cercano volontari per la sperimentazione di antidolorifici da applicare dopo l'intervento correttivo. In cambio offrono visite, esami e l'intervento gratuiti, più un compenso.
A pagina 8 abbiamo due annunci, uno per fumatori che vogliono smettere e un altro per chi soffre di depressione. In entrambi i casi visite ed esami gratuiti, più rimborso delle spese di trasporto.
A pagina 12 un altro annuncio analogo per fumatori; mentre a pagina 18 tornano in scena i depressi, a cui si affianca in questo caso anche un annuncio per gli ansiosi.
Veniamo a pagina 19: pressione alta? Solita storia: visite ed esami gratis, compenso per trasporto e tempo perso. Sulla stessa pagina trovano posto anche i foruncolosi, con almeno 12 anni, 20 brufoli e 25 punti neri sulla faccia: esami gratis e fino a 100$ per la partecipazione.
Pagina 20: "Mezza età, menopausa e sbalzi d'umore? Chiamaci e aiutati aiutando gli altri!"
La pagina 24 è una vera e propria miniera d'oro, interamente dedicata al tema, con ben 6 (SEI) annunci: volontari sani fra i 18 e i 45 anni, donatori di midollo osseo, ansiosi, sofferenti di insonnia, sofferenti di mal di schiena per sperimentare antidolorifici e consumatori di antidolorifici per sperimentare nuovi medicinali contro l'ulcera da abuso di antidolorifici.
Si chiude con pagina 25: sopravvissuti al cancro.

Questi sono solo gli annunci che si possono trovare nel piccolo giornale distribuito ogni giorno gratuitamente nella metropolitana di Washington. E non sono neanche tutti quelli che hanno a che fare con la sanità, perché ho tralasciato le pubblicità di dentisti (la mia preferita è "Prova il dentista di cui tutti stanno parlando!), programmi per la perdita di peso, oculisti ecc.
Fortunatamente, ogni tanto, ci mettono anche l'ironia, come nella rubrica "Ipocondriaco", ovvero "Ciò che potresti avere ma probabilmente non hai". Il titolo di oggi è: "La tua urina puzza di sciroppo d'acero?". Ora, ve lo immaginate l'ipocondriaco che legge quest'articolo e viene a sapere dell'esistenza del "Maple Syrup Urine Disease"?

venerdì 22 febbraio 2008

Mostra fotografica Swaziland

Con grande piacere vi annuncio che domani, sabato 23, si terrà a Lecce una mostra fotografica con le mie foto fatte in Swaziland.

L'iniziativa è dell'ARCI Lecce.
Trovate qui tutte le informazioni

Nell'occasione vi ricordo che a destra, fra i link, trovate il mio diario di viaggio in Swaziland (dal sito della o.n.l.u.s. MAIS).


martedì 19 febbraio 2008

Sanzioni severissime


Fuori da una chiesa battista su Washington Street ad Alexandria, VA.
"Parcheggio riservato alla chiesa, i trasgressori verranno battezzati".
...quando si dice l'effetto deterrente della pena...

lunedì 11 febbraio 2008

Back to NY / 6


Ultimo giorno a NY. L'autobus di ritorno parte alle due meno un quarto.
E' domenica... e la domenica si va a messa! Prendo subito la metro, senza neanche fare colazione, per andare ad Harlem. Ho letto sulla mia guida di una chiesa famosa per i cori gospel: la Abyssinian Baptist Church (foto).
Appena sbarcato ad Harlem vedo un nero che porta, avvolta nel cellophane della lavanderia, una tunica colorata, di un rosso lucido, di quelle tipiche dei cori gospel: sono nel posto giusto!
Nonostante il sole, fa un freddo assurdo e tira vento. Non c'è molta gente per strada, ma i pochi passanti hanno un fare amichevole. Noto la frequenza insolita delle parrucchierie, una ogni dieci metri e tutte piene!
Mi dirigo verso la chiesa. Gironzolo un po' intorno, faccio qualche foto alla facciata. Cerco di capire se è possibile entrare. Sulla strada che costeggia la chiesa c'è una piccola bancarella con quadri e bigiotteria. Girato l'angolo un gruppo di turisti e un'altra bancarella, che vende dischi.
Un nero un po' attempato, cappotto lungo, cappello con falde e occhiali da sole, balla al ritmo del bel soul che viene dallo stereo sul tavolino su cui sono appoggiati i cd. Prendo tre cd che mi faccio consigliare dal venditore.
Torno all'ingresso della chiesa e chiedo se si può entrare. Il ragazzo alla porta mi dice che la fila è dietro l'angolo: quella che pensavo fosse una comitiva di turisti era la fila per entrare in chiesa!
Mi metto in coda, la funzione inizia fra circa tre quarti d'ora. Dopo mezz'ora di attesa la coda copre la lunghezza dell'intero isolato e continua dietro l'angolo per almeno altri 15-20 metri!
Stupide guide turistiche! Ti fanno credere che stai per fare una cosa originale, che stai andando a vedere una cosa per pochi intenditori e poi ti ritrovi con decine di altre persone che fanno la stessa cosa. Nell'attesa prendo un altro cd: me lo vende una signora che sta lì per conto della chiesa a tenere la fila in ordine e a vendere cd, dvd e cartoline.
Mi godo anche il passaggio di qualche gruppo di anziane donnone nere, che tutte impellicciate e con la piuma sul cappello se ne vanno a messa o chissà dove.
La sensazione di star facendo qualcosa "di massa" mi fa passare la voglia entrare. In più non sento più le mani dal freddo e, fatto un rapido calcolo, una volta entrato non potrei seguire più di dieci minuti di messa considerato che devo tornare in ostello a prendere le mie cose e poi andare a prendere il pullman.
Decido di andare: la prossima volta a New York cercherò un altra chiesa in cui andare a sentire i gospel e di cui non ci sia ancora traccia nelle guide turistiche.
Passo dall'ostello a prendere lo zaino e poi vado verso Times Square. Ho giusto il tempo per una fetta di cheese cake alla ciliegia prima di ripartire verso Washington.

giovedì 7 febbraio 2008

Back to NY / 5


Il sabato mi alzo di buon mattino. Sono stato due volte a New York e in entrambe le volte sono stato al Central Park Hostel: ma non ho ancora visto Central Park! Decido, allora, di colmare questa lacuna...
Mappa alla mano, cerco di capire da quale parte mi conviene entrare: di cose interessanti da vedere sembra ce ne siano tante, ma il parco è troppo grande per esplorarlo tutto a fondo in una sola mattinata. Central Park fu realizzato a fine Ottocento e si estende, da Nord a Sud, dalla 59th alla 110 street.
Scelgo di entrare dalla 72th West, all'altezza di Strawberry Fields, uno dei posti preferiti da John Lennon e a lui dedicato nel 1981 (il nome viene dalla canzone, Strawberry Fields Forever).
Addentrandomi nel parco arrivo a uno dei laghi, che è completamente ghiacciato. Proseguo verso sud, passando per un colorato sottopassaggio "maiolicato" e arrivo alla pista di pattinaggio su ghiaccio. Risalgo, poi, passando davanti al Central Park Zoo. Esco dopo almeno un'ora e mezzo di camminata, all'altezza della 65th street East.
Passeggiando per Central Park ogni tanto ci si rende conto che è tutto finto, innaturale... Però è certamente un bel posto, una grande oasi nel bel mezzo dei grattacieli di Manhattan. La vista dei grattacieli che sbucano in mezzo agli alberi è senz'altro spettacolare.
Anche Central Park è esattamente quello che ci si aspetta. Frotte di "runners" che passano, ognuno in tenuta da corsa e super-attrezzato, con iPod alle orecchie. Ciclisti con ogni sorta di gadget addosso o sulla bici. Passeggiatori e passeggiatrici di cani. Babbo che gioca a hockey con i figlioli... Fra chi va a fare jogging, degni di nota sono, in particolare, quelli che chiamerei gli "stroller-runner", ovvero neo-genitori che vanno a correre con il pargolo e corrono spingendo
il passeggino: ottima idea per rimettersi in forma dopo la gravidanza, no?

Uscito da Central Park mi incammino sulla 5th avenue, la celebre strada piena di negozi di ogni tipo e, soprattutto, di lussuosissimi negozi di vestiti e gioielli. Mi fermo a dare un'occhiata a un negozio di elettronica e all'NBA Store, pieno di magliette, cappellini e gadget vari, e con le immagini a grandezza naturale e i calchi delle mani di alcuni dei più grandi campioni del basketball.
Sì, "basketball" non "basket"! Perché qui si abbrevia tutto, ogni frase diventa acronimo, ogni parola si taglia il più possibile... Lo U.S. Capitol lo chiamano Cap e i Capitals (la squadra di hockey) sono ovviamente i Caps. Washington non la si chiama mai per nome, si dice D.C.! E Los Angeles è rigorosamente L.A.. Non c'è da stupirsi a sentire frasi del tipo "Lavoro nell'H.R. dell'IMF; prima stavo nel M.C. della W.B. in D.C., ma lavoravo nell'I.T." e cose simili.
Insomma, tutto si abbrevia, tutto si taglia... Ma il basket no, è basketball!
La mia passeggiata sulla 5th continua fino al Flatiron building (il Ferro da Stiro), uno dei grattacieli più strani, con la sua punta larga appena due metri per ben 87 di altezza.
Nei pressi del Flatiron incrocio una manifestazione di studenti per Obama e li seguo per un po' sperando che da qualche parte spunti il Senatore del momento.
Dopo pranzo torno in ostello a riposare un po'. Trascorro il pomeriggio bighellonando qua e là, fra Times Square e Union Square.

domenica 3 febbraio 2008

Back to NY / 4

Al MSKCC visitiamo il reparto di pediatria, guidati da un medico che ricalca fisicamente lo stereotipo dell'ebreo: minuto, capelli ricci, occhialetti e grosso naso sui folti baffi. Il reparto è, ovviamente, molto ben organizzato e attrezzato, arredato con molta cura in modo da rendere l'ambiente il più possibile adatto ai bambini.
Una bambina sudamericana, resa cieca dalla malattia, si avvicina al dottore e gli parla a lungo tenendolo per mano, mentre lui risponde disponibile e sorridente.
La sera andiamo a cena in un ristorante thailandese. Il locale, nella zona est della città, a sud di Central Park, è molto curato e si mangia molto bene. Prima di andare via, ci invitano a fare un giro dei tre piani. Sotto c'è un bancone da bar e una piccola vasca; al piano superiore, invece, una delle ultime tendenze dei locali newyorkesi (almeno così ci viene presentata): un grande letto nel bel mezzo della sala, su cui ci si può sedere a bere o mangiare e, volendo, ci si può anche mettere a dormire.
Si torna in ostello. Prima, però, decido di andare a vedere Times Square di notte... Passo vicino al Madison Square Garden e noto una piccola folla in attesa. Aspettano trepidanti il cantante che ha appena chiuso il suo concerto, Alejandro Sanz, una specie di Gigi D'Alessio "internazionale".
Meraviglie di Internet: su Youtube ho trovato un breve filmato proprio del concerto di quella sera. Wow!

giovedì 31 gennaio 2008

Back to NY / 3

Ho appuntamento per le 4 con i rappresentanti della fondazione con cui sto iniziando a collaborare. Visiteremo il Memorial Sloan Kettering Cancer Center, uno dei centri più avanzati al Mondo nella cura dei tumori. Credo abbiano inventato qui la radioterapia.
Non posso nascondere l'emozione che ho provato camminando lungo la 68th per raggiungere l'ospedale che si trova in York Ave. Il MSKCC è l'ospedale in cui è stato operato Tiziano Terzani e di cui racconta nel suo libro "Un altro giro di giostra". Da accanito lettore di Tiziano venire da queste parti mi fa un certo effetto, ripensare alla sua esperienza qui a New York, agli "aggiustatori", come lui chiamava i medici del MSKCC... Penso a come sia partito da qui il suo ultimo lungo viaggio, che lo ha portato dall'assoluta fiducia nella scienza e nella medicina occidentali, all'esplorazione di ogni sorta di cura "alternativa" e alla scoperta, infine, che una cura non esiste e che l'unica guarigione sta nell'accettare la malattia come parte di sé.
E allora, prima di andare avanti con il mio racconto, vi lascio un frammento di quello ben più interessante di Terzani:
"La razionale follia del mondo moderno era tutta concentrata lì, in quei pochi, meravigliosi, vitali chilometri quadrati di cemento fra l'East River e l'Hudson, sotto un cielo terso, sempre pronto a riflettere l'increspato splendore delle acque. Quello era il cuore di pietra del dilagante, disperante materialismo che sta cambiando l'umanità; quella era la capitale di quel nuovo, tirannico impero verso il quale tutti veniamo spinti, di cui tutti stiamo diventando sudditi e contro il quale, istintivamente, ho sempre sentito di dovere, in qualche modo, resistere: l'impero della globalizzazione. E proprio lì, lì nel centro ideologico di tutto quel che non mi piace, ero venuto a chiedere aiuto, a cercare salvezza! E non era la prima volta. A trent' anni c' ero arrivato, frustrato da cinque anni di lavoro nell'industria, per rifarmi una vita come la volevo. Ora c'ero tornato per cercare di guadagnare tempo sulla scadenza di quella vita. Anche la prima volta avevo sentito forte la profonda contraddizione fra la naturale gratitudine per ciò che l'America mi dava - due anni di libertà pagata per studiare la Cina e il cinese alla Columbia University per prepararmi a partire da giornalista in Asia - e il disprezzo, il risentimento, a volte l'odio, per ciò che l'America altrimenti rappresentava.

Quando nel 1967 Angela e io, entusiasti, sbarcammo a New York dalla Leonardo da Vinci che ci aveva presi a bordo una settimana prima a Genova, l'America cercava, con una guerra sporca e impari, di imporre la sua volontà a un misero popolo asiatico armato solo della sua cocciutaggine: il Vietnam. Ora l'America, con una ben più sofisticata, meno visibile e per questo meno resistibile aggressione, stava cercando di imporre al mondo - assieme alle sue merci - i suoi valori, le sue verità, le sue definizioni di buono e di giusto, di progresso e... di terrorismo.
A volte, vedendo entrare e uscire dai grandi, famosi edifici della Quinta Strada o di Wall Street eleganti signori con le loro piccole valigette di bel cuoio, mi veniva il sospetto che quelli fossero gli uomini da cui bisognava guardarsi e proteggersi. In quelle borse, camuffati come «progetti di sviluppo», c'erano i piani per dighe spesso inutili, per fabbriche tossiche, per centrali nucleari pericolose, per nuove, avvelenanti reti televisive che, una volta impiantate nei Paesi a cui erano destinate, avrebbero fatto più danni e più vittime di una bomba. Che fossero loro i veri «terroristi»?
Con le strade che si popolavano subito dopo l'alba, New York perdeva ai miei occhi la sua aria incantata e a volte mi appariva come una mostruosa accozzaglia di tantissimi disperati, ognuno in corsa dietro a un qualche sogno di triste ricchezza o misera felicità. Alle otto la Quinta Strada, a sud di Central Park, a un passo da casa mia, era già piena di gente. Zaffate di profumi da aeroporto mi riempivano il naso a ogni donna che, correndo col solito cartoccio della colazione in mano, mi sfiorava per entrare in uno dei grattacieli. Che modo di cominciare una giornata! (...) La folla a quell'ora era di gente per lo più giovane, bella e dura: una nuova razza cresciuta nelle palestre e alimentata nei Vitamin-shops. Alcuni uomini più anziani mi pareva di averli già visti in Vietnam, allora ufficiali dei marines, e ora, sempre dritti e asciutti nell'uniforme di businessman, sempre «ufficiali» dello stesso impero, impegnati a far diventare il resto del mondo parte del loro villaggio globale.

Quando stavo a New York la città non era ancora stata ferita dall'orribile attacco dell'11 settembre e le Torri gemelle spiccavano snelle e potenti nel panorama di Downtown, ma non per questo, anche allora, l'America era un Paese in pace con se stesso e col resto del mondo. Da più di mezzo secolo gli americani, pur non avendo mai dovuto combattere a casa loro, non hanno smesso di sentirsi, e spesso di essere, in guerra con qualcuno: prima col comunismo, con Mao, con i guerriglieri in Asia e i rivoluzionari in America Latina; poi con Saddam Hussein e ora con Osama bin Laden e il fondamentalismo islamico. Mai in pace. Sempre a lancia in resta. Ricchi e potenti, ma inquieti e continuamente insoddisfatti. Un giorno, nel New York Times mi colpì la notizia di uno studio fatto dalla London School of Economics sulla felicità nel mondo. I risultati erano curiosi: uno dei Paesi più poveri, il Bangladesh, risultava essere il più felice. L'India era al quinto posto. Gli Stati Uniti al quarantaseiesimo!

A volte avevo l'impressione che a goderci la bellezza di New York eravamo davvero in pochi. A parte me, che avevo solo da camminare, e qualche mendicante intento a discutere col vento, tutti gli altri che vedevo mi parevano solo impegnati a sopravvivere, a non farsi schiacciare da qualcosa o da qualcuno. Sempre in guerra: una qualche guerra."