giovedì 4 dicembre 2008

Miami, FL


Dopo tanto tempo un nuovo viaggio e un nuovo post.
Mi alzo una mattina, circa un mese fa, con in testa l'idea di partire, destinazione Miami! La selezione è per esclusione: non ho abbastanza tempo per la California, non ho voglia del vento di Chicago, mi risparmio volentieri il gelo che in questa stagione comincia ad avvolgere Boston.
Dopo quasi un anno intero trascorso a Washington, Miami è la scelta giusta! Trovata ottima offerta per il volo e ostello a due isolati dalla spiaggia: il "Thanksgiving Weekend" si passa in Florida.
Memore della mia esperienza di New Orleans, cerco racconti di chi è passato prima di me per Miami, evitando guide turistiche e itinerari preconfezionati per i consumatori di questa distruttiva industria che è il turismo di massa.
La ricerca non dà, tuttavia, i risultati sperati: sembra che su Miami non sia stato scritto granchè. Mi accontento di qualche indicazione di carattere culinario e di un paio di nomi di parchi naturali appuntati sul taccuino. Guardo un paio di episodi di CSI in cerca di "landmarks" e impaziente di raggiungere la nuova meta (al mio ritorno ho poi scoperto un'altra serie TV, stesso genere e stessa città, ma molto più bella e che consiglio: "Dexter").

La prima mattina a Miami Beach è deludente. Dopo un breve giro di ricognizione comincio a chiedermi "perchè questo posto è così famoso e piace a tanti? e soprattutto cosa ci sono venuto a fare?". Ci sono locali notturni e ristoranti, tanti negozi e la spiaggia. Poco da fotografare, niente da esplorare o scoprire: è tutto lì, già pronto e servito.
La decisione allora è presa: spiaggia, sole e mare. Miami non ha niente di speciale in realtà, non è una città stimolante e più volte ho sentito associare la parola "superficiale" a questo posto. Non sembra esserci una vita culturale particolarmente attiva (eccezion fatta per qualche evento annuale come Art Basel attualmente in corso e un festival di musica elettronica o qualcosa di simile).
Miami è però senz'altro una città divertente, in cui godersi la spiaggia e la vita notturna. Una volta capito questo la mia vacanza diventa molto piacevole e rilassante, quello che ci vuole dopo un anno e soprattutto un'estate intera di lavoro.

Ho passeggiato su Ocean Drive e Lincoln Road, sorseggiato un Martini Dry al "super chic" Delano Hotel e mi sono goduto l'idromassaggio con vista sulla baia e sui palazzi di Downtown a casa di amici.
Da Puerto Sagua, su Collins Ave, ho fatto colazione con "cafe con leche", che per qualche motivo agli americani non viene mai di chiamarlo in inglese ("caffelatte, what is that? milk and coffee? who would have ever thought? milk and coffee mixed together, what an amazing drink!" Larry David): la stessa cosa che bevo ogni mattina, ma a Miami la si chiama in spagnolo, a New Orleans in francese e da Starbucks in italiano.
Ho fatto per la prima volta il bagno in un Oceano; ho percorso 14 miglia in bici su una strada circondata da paludi nella Shark Valley dell'Everglades Park, con gli alligatori a prendere il sole e a quanto pare non molto interessati dalle potenziali prede sue due ruote.
Ho visto il tramonto dalle "Keys" e i pellicani pescare nel mare; i vecchi esuli cubani che qualche mese fa festeggiavano la 'fine' di Castro giocare a domino e fumare il sigaro sulla Calle Ocho a Little Havana. Ho mangiato "ropa vieja" e bevuto "batido de mamey" e posso dire adesso di essere stato anche nel Nord del Sud America, nella "Big Orange", nel Sunshine State, in Miami, FL.

lunedì 18 agosto 2008

Le Olimpiadi a stelle strisce

Le Olimpiadi a stelle e strisce sono molto diverse da quelle tricolori.
Intanto, da qui a Pechino ci sono 12 ore di fuso orario e allora quasi tutto è già successo quando la mattina apri le pagine web e vai a cercare le notizie.
E le notizie sulle pagine web americane parlano solo degli atleti americani.
In Italia non abbiamo idea di cosa sia il nazionalismo, il patriottismo o come dir si voglia. C'è il legame ai colori azzurri, certamente; si seguono i nostri atleti, le nostre nazionali più di quelle degli altri, si esaltano i nostri campioni e via dicendo. Ma a leggere i giornali e sentire le TV da queste parti ci sembrerebbe di essere tornati indietro di settanta anni, all'esaltazione fascista della Patria Italia.
Personalmente non ho grande simpatia per le patrie, "nei miti della Patria Dio è morto" cantava il poeta... E ho qualche altra citazione sulla punta della lingua in fatto di patria, ma adesso non mi viene ("imagine there's no countries"? no, ce n'è anche un'altra).
La Patria qui è ovunque. Le bandiere nazionali che da noi si vedono solo quando vinciamo i mondiali di calcio e garriscono davanti ai palazzi istituzionali, qui le mette la gente davanti alla porta di casa.
Gli stadi e i palazzetti dello sport ne sono pieni e si canta l'inno prima dell'inizio di ogni partita di qualunque sport, giù il cappello dalla testa e sguardo fiero rivolto alla bandiera.
Ora, fin qui niente da obiettare, Paese che vai usanza che trovi...
Ma che dire del fatto che loro il medagliere lo fanno in modo da essere primi? La Cina è prima, attualmente, perchè ha vinto più ori, si sa! Viene prima chi ha vinto più ori, poi a parità si contano gli argenti e a parità i bronzi... Loro no! Loro contano solo il totale delle medaglie. Perchè? Per mettere la loro bella bandierina prima nel medagliere!
...e anche qui, non siamo d'accordo, ma ci si può adeguare...

Ma c'è una cosa, e qui chiudo, che davvero non si può accettare.
I 100 metri, dai tempi di Ben Johnson e Carl Lewis non ho mai perso la finale dei 100 metri. Ho atteso a volte ore e ore in piena notte per quei 10 secondi che decretano l'uomo più veloce del Mondo.
Quest'anno black out totale: Tyson Gay, l'americano fra i favoriti, esce in semifinale. La finale non vale la pena di essere vista. Niente diretta, niente differita, niente traccia nei notiziari. Solo dopo qualche ora la notizia e qualche foto su Internet.
Un record del mondo battutto in maniera spettacolare da un tal signor Bolt... Ma è giamaicano: la partita di hockey su prato femminile è decisamente più interessante, gioca la nazionale del più grande Paese del Mondo!

martedì 22 luglio 2008

Gli americani e la Geografia

Si dice a volte che gli americani imparano la geografia bombardando i Paesi.

Forse è per questo che, non essendoci stati di recente interventi militari a stelle e strisce in Europa occidentale, il commesso di un negozio di scarpe, quando gli dico che sono italiano, mi risponde "Ah, mi dispiace, non parlo francese... Ma vieni da vicino Parigi?".

D'altra parte, neanche al soldato McCain, veterano di guerra e candidato dei Repubblicani alle Presidenziali 2008, le idee sono ancora molto chiare. In diverse occasioni ha fatto riferimento alla Cecoslovacchia, scomparsa nel 1993. Una volta conquistata la nomination dopo le primarie ha dichiarato: "Adesso comincerò la mia campagna elettorale: visiterò tutte e 13 le colonie!".

E fin qui solo problemi di aggiornamento, giustificabili considerata la veneranda età...

Ma che dire delle preoccupazioni espresse questa mattina in un'intervista ABC a proposito del confine Iraq-Pakistan?!

giovedì 3 luglio 2008

Premio Brillante Weblog

Inaspettato e graditissimo, mi è stato virtualmente consegnato il "Brillante Weblog 2008".
Ringrazio di cuore Francesca "Cicabuma" per il riconoscimento e le belle parole spese.

Il BRILLANTE WEBLOG è un premio attribuito a quei blog che si sono distinti per i contenuti o per l'estetica, con l'intento di promuoverli e incoraggiarne la diffusione virtuale.
Le regole sono queste:
1. Chi viene "nominato" deve scrivere un post sull'argomento, citando l'autore della nomina e indicando il link del suo blog.
2. Nominare a propria volta almeno 7 blog, indicandone nell'articolo i link e avvisando i lor gestori del premio.
3. Esibire, ma questo è facoltativo, il profilo-foto di chi ha nominato e di chi è stato nominato.

Adesso, da regolamento, dovrei procedere a nominare ben 7 blog, ma non credo che raggiungerò il numero previsto. In ordine alfabetico premio:
  • cairoli.simplicissimus.it: pieno di chicche in giro per il Mondo, scritto bene e bei colori;
  • cicabuma.blogspot.com: un blog colorato e spensierato, sognante e rilassante; non lo premio solo per ricambiare, ma perché leggerlo è davvero sempre un piacere;
  • dirigentemente.blogspot.com : un blog molto interessante soprattutto per chi si occupa di scuola, ma ricco di spunti anche sull'attualità;
  • macchinepensanti.blogspot.com: il blog di un amico, nato da poco ma con un ottimo esordio, lo premio anche per incitarlo a continuare;
  • viaggiesapori.blogspot.com: già il titolo vale il premio; bellissime foto di piatti che sembrano squisiti, ma è un sito da acquolina.

giovedì 26 giugno 2008

New Orleans / 7

Il "French Market" non è esattamente quello che mi aspettavo. Invaso da bancarelle cinesi e souvenir, è difficile trovare qualcosa di locale. E' comunque piacevole passeggiarci, mentre ci si rinfresca con una "snowball" (quella che Lecce si chiama " 'rattata ", ghiaccio tritato con sciroppi a piacere) dai 100° F umidi di New Orleans.
Compro un disco firmato "Preservation Hall" e un kazoo da una delle poche bancarelle interessanti. Prendo anche qualcosa da un hippy, che ha magliette, vestiti, bandane con colori psichedelici e fa braccialetti con pietre e perline.

Caratteristiche di New Orleans sono le cosiddette "streetcar", i vecchi tram che sono ancora uno dei mezzi principali per muoversi nella città. Ne prendo una per andare al "Bayou Boogaloo Jazz Festival". In molti mi hanno consigliato i "Soul Rebels", che suonano alle 19. Ci sono tre palchi, è pieno di gente di tutti i colori e le età. Si balla, si beve, si mangia, si ascolta la musica seduti sul prato. Colpisce l'eterogeneità della platea e soprattutto la presenza di persone anziane che sembrano faticare a ogni passo, ma non volerne sapere di perdere l'occasione di un nuovo concerto. C'è una bella atmosfera e mi viene voglia di tornare per l'altro festival, il più noto, leggendario, "Jazz Fest".

Nel libro di Walker avevo letto di "Donna's", un locale ai confini del French Quarter. Ci ho passato l'ultima sera in città. Forse è stato il momento in cui più ho sentito "il jazz". Non è tanto l'esecuzione in sè, ma l'atmosfera, il rapporto che questi musicisti creano col pubblico, o meglio direi la fusione fra pubblico e musicisti. Gli urletti di incitamento che ogni tanto si alzano nel locale durante un assolo fanno parte dell'assolo, fanno musica anch'essi. E così gli "yes indeed!" del batterista, nonchè leader del gruppo che sta suonando.
Prendo una Heineken e mentre la sorseggio chiacchiero con il tizio che raccoglie i soldi all'entrata. E' un DJ della radio locale, WWOZ 90.7 FM, anche questa leggendaria, con cui mi sono svegliato tutte le mattine grazie alla radiosveglia in albergo. Gli dico che sono arrivato da Donna's grazie al libro di Walker e mi stupisce sapere che lui non sappia di questo libro, dove si parla del posto in cui lavora.
Mi chiede se suono e da dove vengo. A Washington o a New York mi chiedono di solito da dove vengo e cosa faccio, qui la prima domanda è se suono e poi da dove vengo e, forse, dopo, anche che faccio... Mi chiede anche se in Italia c'è il jazz, gli dico che c'è, è anche abbastanza popolare. Però, dico, ad esempio nella mia città c'è un solo locale dove si suona jazz. Mi guarda come se gli avessi detto "sai, da dove vengo io la gente muore di fame e spesso è costretta al cannibalismo per sopravvivere". Abbandona lo sguardo pieno di compassione quando gli dico che da qualche parte in Italia c'è anche un grande festival di jazz a cui partecipano nomi importanti ogni anno, si fa scrivere su un biglietto il nome del festival e si ripromette di andare a cercarlo su Internet.

Se andate a New Orleans vi raccomanderanno certamente il "Muffuletta Sandwich" della Central Grocery. Il posto è un negozio di alimentari, come quelli che c'erano in Italia fino a una decina di anni fa o poco più e che ora stanno scomparendo inghiottiti dalle grandi catene. In più rispetto al nostro negozio di alimentari ha il posto per sedersi a mangiare. Questo famoso muffuletta sandwich pare sia una cosa italiana e, in effetti, ne ha la aspetto e anche il sapore. E' un pane bianco, imbottito con salame, mortadella e sottoli. Squisito!
Ma un'altra cosa da non perdere, seppur meno nota, è il "Ferdi's Special" di "Mother's". Trattasi di un panino gigante con dentro il "miglior prosciutto al forno al Mondo". Lo scopro gironzolando nei dintorni dell'hotel, e devo dire che è decisamente degno di nota. In più Mother's è fuori dagli itinerari turistici ed è frequentato soprattutto da gente del posto. E' una di quelle bettole in cui non si bada ai dettagli o al contorno, ma si va alla sostanza e i sapori non si risparmiano.

mercoledì 18 giugno 2008

Bourbon Street - New Orleans / 6

Sono passate ormai settimane dal viaggio a New Orleans.
La memoria non mi accompagna più e gli appunti sul taccuino non sono abbastanza per farla ritornare. E allora mi trovo costretto, negli ultimi post sulla Città Crescente, a rinunciare all'ordine cronologico e andare per luoghi.

Cominciamo dalla celeberrima Bourbon Street, che verso sera si chiude al traffico e si prepara al caos. Ci sono passato, credo, tutte le sere, e una notte intera l'ho trascorsa lì.
Devo dire che la prima volta Bourbon St. stupisce ed entusiasma, la seconda diverte, la terza quasi annoia. Almeno questo è l'effetto che ha avuto su di me. La gente del posto non la frequenta più di tanto, fatta eccezione per un paio di locali dove si suona buona musica. Di questi uno è la "Preservation Hall", una stanzetta quadrata piena di gente tutte le sere, uno dei luoghi culto del jazz. L'altro è il "Funcky Pirate" dove si esibisce il "grande in tutti i sensi" Big Al Carson (guardare per credere). Stimato intorno alle 550 libre, il grande Al canta quasi tutte le sere e riempe il locale, diverte con il suo dialogo continuo col pubblico e incanta con la sua gran voce. E il Funky Pirate se lo tiene stretto ("International Known, Home Grown, Funcky Pirate Own").

Per il resto, Bourbon St. è un delirio alcolico, pieno di ragazze che si ubriacano e saltano da un locale all'altro ballando o baciando il primo (o i primi) che passano, di addii al nubilato e donne più o meno giovani in cerca di una notte di "trasgressione". Ovviamente, è di conseguenza pieno di ragazzi altrettanto ubriachi che fanno di tutto per approfittarne, toccare quello che più possono ecc. Per i meno intraprendenti, poi, ci sono sempre le "shot girls" (lo shot è il cicchetto) che girano per i locali con provette colorate, che poi versano con la bocca a chi le chiede, con relativo balletto, per soli 3$ (ma a volte ne versano due o tre contemporaneamente, oppure se ne fanno offrire una, col risultato che presto sono anche loro brille, insomma un circuito vizioso!).
Per la strada, poi, nel passaggio da un locale all'altro, le orde si fermano sotto i balconi che vengono presi in affitto e dove la gente trascorre la notte a guardar passare le persone di sotto e lanciare perline a chi urla, balla o si spoglia... E di questo ho già detto.

A completare il quadretto dei personaggi di Bourbon St. ci sono i Jesus Lovers, amanti di Gesù che ogni sera protestano contro la degenerazione della Strada, prendendosela un po' con tutti, dai gay ai fornicatori, dai bevitori alle ballerine ecc., brandendo la loro brava croce, finché non si chiude il sipario e anche per loro si fa mattina ed è ora di riposarsi e prepararsi per la prossima notte.

domenica 8 giugno 2008

Foto - New Orleans / 5

Qui sotto le foto di New Orleans.
Trovate a questo link la galleria e qui la slideshow a schermo intero.

venerdì 6 giugno 2008

Betcha I can tell ya where ya got dem shoes - New Orleans / 4

Ho fatto qualche ricerca su internet a proposito della storia delle scarpe.
Prima di andare avanti col racconto svelo il mistero.
Trattasi di raffinato espediente per spillare soldi a sprovveduti passanti. I tizi di cui sopra volevano fare una scommessa, cosa che io non ho colto sul momento perché non capivo tutto quello che dicevano.
Ti si avvicinano e ti dicono una cosa che in inglese vuol dire sia "scommettiamo che indovino dove hai preso quelle scarpe" che "scommettiamo che indovino dove hai quelle scarpe" (una cosa tipo "Betcha I can tell ya where ya got dem shoes").
Il malcapitato accetta la scommessa e si ritrova costretto a dover lasciare i suoi bravi 10$ quando il tizio gli dice qualcosa tipo "ce le hai ai piedi" oppure "ce le hai a New Orleans su Canal Street". Inutile aggiungere che una volta accettata la scommessa non è consigliabile allontanarsi senza onorarla.

New Orleans è una delle città più povere degli Stati Uniti e le cose vanno ancora peggio dopo Katrina. L'economia va a rilento e la corruzione della classe politica non aiuta a invertire la tendenza. New Orleans è una città in cui la povertà si vede per strada più che da altre parti, anche perché è meno confinata alle zone degradate della città, si mischia ai turisti e alla "gente bene".
New Orleans è una città piena di personaggi strani che ti fermano per la strada. Come quello che mi chiede se sono di New Orleans e quando gli dico di no mi chiede di fargli una foto e di portarla a casa e si inginocchia sorridente con la mano sul petto.

martedì 3 giugno 2008

Vaughan's Lounge - New Orleans / 3



Arrivato in albergo sistemo le mie cose nella stanza e mi preparo per uscire.
Fra le cose che mi hanno segnalato c'è una serata di jazz che si tiene tutti i giovedì in un locale e non voglio perdermela.
Mi incammino. L'hotel è vicino al French Quarter, il centro storico di New Orleans. Ammetto di essere inizialmente un po' inquieto: sono già le 10 di sera, alcune strade sono buie e i tanti avvertimenti di fare attenzione in qualche modo mi influenzano, così come il giornale pieno di notizie su sparatorie e morti ammazzati. In realtà la cosa peggiore che mi capita è un tizio che mi si avvicina e mi dice qualcosa sulle mie scarpe. Non sarà l'unica volta, il giorno successivo un altro mi dice "so dove hai preso quelle scarpe"... Non capisco il senso e vado avanti.
Mi dirigo verso Bourbon Street, la strada famosa per i locali e per le perline che si lanciano dai balconi. Il lancio delle perline nasce dal Carnevale, durante il quale i carri che sfilano distribuiscono collanine luccicanti alle persone per la strada. Oggi però le si lancia praticamente ogni sera dai balconi di Bourbon Street, dove schiere di uomini più o meno giovani affittano balconi e comprano decine di collane da dare alle ragazze che passando per la strada mostrano le loro grazie per ottenere l'ambito premio. Anche il fenomeno contrario non manca a dire il vero, ma insomma, l'importante è riempirsi di collane, bere e far casino su Bourbon Street.
Quando finisce il tratto dei locali prendo un taxi e vado verso il Bywater, una zona adiacente al French Quarter, dove si trova il Vaughan's Lounge. Un postaccio, che a guardarlo da fuori non ci sarebbe nessuna ragione per pagare ben 10$ solo per entrare, e anche dentro niente di più di un bancone, muri "sgarrupati" e qualche tavolino. "It's all about jazz!", ciò che lo rende speciale è la musica, sono i tre musicisti neri e soprattutto quello che suona la tromba e fa ballare la compagnia. E quelli che proprio sono fermi almeno tamburellano con le dita sulla bottiglia di birra o battono il piede per terra.
C'è il juke box coi cd e un vecchio distributore di sigarette, di quelli che bisogna tirare la leva per far scendere il pacchetto. E c'è una copia del Times Picayune per terra, a ricordare, se ce ne fosse bisogno, che siamo a New Orleans, nella città dove il jazz è nato.

mercoledì 28 maggio 2008

I'm jazzed I'm here - New Orleans / 2

Decollare da Washington fa sempre un certo effetto. Dal Reagan National Airport si vedono tutti i monumenti e il Pentagono e la distesa verde sotto cui vive la città.
Sto attaccato al finestrino come sempre, finché le nuvole non nascondono il paesaggio. Poi mi metto a leggere le Lettere da New Orleans di Rob Walker, di cui mi mancano le ultime pagine. Sto finendo la lettera su "St. James Infirmary", una canzone con una storia singolare di cui poi dirò.
Poi Help! dei Beatles nell'iPod, il tempo che finisca e l'aereo comincia a scendere nelle paludi. Costeggia una strada che scorre sospesa sull'acquitrino, verde muschio e marrone di acqua che si estende a perdita d'occhio. Sembra di atterrarci dentro quando si arriva all'Aeroporto di New Orleans, il Louis Armstrong International Airport. "Welcome to New Orleans, we're jazzed you are here!" dicono i cartelli gialli blu. "Grazie -penso- anche io sono jazzed di essere qui".

Trovo lo shuttle che ho già pagato e mi porterà in albergo. Ho però dimenticato di stampare il voucher, bisogna telefonare alla compagnia e farselo faxare. Chiedo all'impiegata se per favore può parlare lei con la compagnia e lei gentilmente acconsente. Ci sarà da aspettare una mezz'oretta, dice che le dispiace, di andare in bagno o a prendere qualcosa da bere se voglio... Io invece vado a cercare una copia del giornale locale, The Times Picayune, perché da un giornale locale si possono capire tante cose, e soprattutto alla ricerca dei necrologi.
Le mie aspettative in merito sono deluse solo in parte: di necrologi ci sono ben due pagine e mezzo (altrettante ce ne saranno i giorni successivi), e ognuno ha la sua foto, e li leggo tutti per cercare almeno un funerale jazz. Questo però non lo trovo, mi dovrò accontentare dei concerti "dal vivo".
Nel frattempo ci si fa due risate con l'impiegata della compagnia dello shuttle e un altro inserviente dell'aeroporto, che a piacere storpiano il mio nome da Naicoul a Nicoulaa.
Ho letto quasi tutto il giornale e sono lì da circa un'ora quando finalmente risolvono e mi fanno il biglietto. L'attesa però non è pesata. Piove sulla strada che porta alla città e pioverà tutta la sera.

A city with personality - New Orleans / 1

Riordinerò presto i miei pensieri su New Orleans, da cui sono tornato l'altro ieri.
Solo una breve considerazione per ora.
Qualche giorno prima di partire sono andato in libreria. Avevo in mano 3 libri: una guida Frommer e due libri di autori che hanno vissuto a New Orleans e hanno voluto raccontarla. Dopo qualche attimo di indecisione, ho lasciato perdere la guida e ho preso gli altri due. Poi qualche dritta da chi c'era stato prima di me e una mappa hanno fatto il resto.

A New Orleans si può andare con due stati d'animo diversi: voglio bere e divertirmi è il primo; voglio capire questo posto è l'altro. Credo di essere riuscito a fondere bene entrambi gli aspetti, per quanto il secondo sia quello che ho privilegiato.
Non sono sicuro, in effetti, di aver capito New Orleans. Di certo, però, posso dire che a ragione in entrambi i libri che ho letto prima di andarci e mentro ero lì, si descrive New Orleans come un posto unico al Mondo, una città che non lascia indifferenti, "a city with personality".
Rob Walker - Letters from New Orleans
Tom Piazza - Why New Orleans Matters?
[William Faulkner - New Orleans Skecthes]

domenica 18 maggio 2008

martedì 13 maggio 2008

A forza di essere vento

L'Italia ha finalmente raggiunto la pacificazione nazionale. Non più odii di partito, ma una sana rivalità, confronto democratico di posizioni diverse.
Il capo dell'opposizione telefona al capo della maggioranza per dirgli "complimenti, hai vinto"; il capo del governo telefona al capo dell'opposizione... Finalmente si dice basta alle demonizzazioni dell'avversario. E se un giornalista osa ricordare le frequentazioni mafiose della seconda carica dello Stato, lo scandalo e' che il giornalista le ricordi, non che il Presidente del Senato sia andato a braccetto coi boss. E in questa nuova Italia pacificata i cori a difesa del Presidente del Senato si alzano, prima ancora che dalla maggioranza, dalla stessa "opposizione": questo si' che e' un Paese civile!

Alta espressione di civiltà, d'altra parte, e' offerta anche a Napoli. Una città sommersa dai rifiuti, abbandonata a se stessa da una classe politica corrotta e/o incapace, afflitta dalla violenza della camorra. Una città che a tutto questo finalmente reagisce e si ribella, lanciando pietre e molotov contro i campi ROM.

mercoledì 30 aprile 2008

Ahimsa fra Osama e George W.

Traduco e riporto un interessante articolo che ho trovato sul sito www.gandhiserve.org, pubblicato dal giornale indonesiano Jakarta Post.

Secondo l'artista As Kurnia il Mondo ha bisogno di uno spazio fra Osama Bin Laden, l'icona del terrorismo globale, e George W. Bush, il principale sostenitore della "guerra al terrore".
Questo spazio, dice, si chiama "non-violenza"; è dove l'aggressione violenza è domata non con la ritorsione vendicativa, ma con la resistenza passiva.
Kurnia, nato a Samarang e residente a Bali, scegli l'illuminato Sidharta Gautama come simbolo di questo spazio tranquillo e pacifico.
In quest'opera intitolata "Space", Kurnia colloca la statua raffigurante la testa di Buddha fra i ritratti in bianco e nero del barbuto Osama e del beffardo Bush.
"Bush e Osama sono diventati simboli di violenza. Abbiamo bisogno di un uomo, come Buddha, che occupi uno spazio fra i due", ha dichiarato l'artista al Jakarta Post in occasione dell'apertura di una mostra di arte visuale intitolata "Ahimsa" a Jakarta.
Nove pittori, tutti balinesi tranne Kurnia, partecipato all'esibizione che si è aperta giovedì scorso e si chiuderà il 4 maggio.
Ahimsa è una parola in Sanscrito che significa "non-violenza", che sta a fondamento delle religioni Hindu e Buddista. Fu resa famosa dal politico, pensatore e santo indiano Mahatma Mohandas Gandhi, che la usò come tattica per frustrare e porre fine al regime coloniale britannico.
L'insegnamento di "ahimsa" può in effetti ritrovarsi in ogni religione, compresi l'Islam e il Cristianesimo, che sono professate dalla maggioranza della popolazione mondiale, compresi Bush e Osama.
Ma anziché portare pace, molti seguaci di queste due fedi hanno più volte provato di essere le persone più violente della storia, spargendo sangue nel nome della virtù.
"Spesso si pensa che la violenza sia 'cruenta e fisica'. Ma se rintracciamo le radici della violenza, scopriamo che il 'cruento e fisico' nasce in realtà dalle idee, dalle ideologie, dai pensieri e dalle fedi", scrive l'attivista balinese Putu Wirata Dwikora sull'introduzione al catalogo della mostra.
La raffigurazione della violenza di Kurnia in "Space" forse è troppo ovvia e distante. La distruzione, la coercizione, la forza, la costrizione e tante altre forme di violenza sono molto vicine e diffuse nelle nostre stesse fragili vite, anche se può darsi siano molto meno scontate che far saltare in aria edifici e aeroplani.
Molti di noi sono stati esposti alla violenza fin da piccoli, probabilmente senza neanche rendersene conto.
Ketut Sugantika Lekung, diplomato al Denpasar’s Indonesian Art Institute, dice che a molti è stato insegnato a conservare i propri risparmi in salvadanai a forma di animale da piccoli, per poi romperli una volta riempiti di soldi.
"Vedi, anche questa è violenza. Rompere il tuo salvadanaio a forma di maiale è un'espressione di violenza", dice il 32enne la cui opera "Make a Wish" (esprimi un desiderio) meravigliosamente coglie l'ironia dei teneri salvadanai a forma di tartaruga, maiale e pollo, allineati come nell'attesa di essere brutalmente spaccati da un martello o sbattuti per terra.
Anziché prendersela con le idee come radici della violenza, A.A. GD Darmayuda, con i suoi lavori "Ups.....!" and "Sto...p!", dà la colpa agli esecutori. Lo spesso sfondo nero della sua pittura a olio drammatizza l'immagine ingrandita di un pugno arrabbiato e offensivo pugno fermato dal morbido palmo di una mano femminile.
"Il personaggio maschile di solito è associato a violenza, mentre quello femminile è associato a non-violenza, che neutralizza la controparte maschile" dice.
Gli altri pittori cercano di esplorare esteticamente il lato violento del Mondo con i loro dipinti; alcuni sono allusivamente poetici, altri schiettamente satirici.
Wayan Kun Adnyana con il suo lavoro "Side of Nature" descrive la nostra ostilità alla natura o la nostra inclinazione parassitica ad essa, per essere più precisi. "Kekalahan", l'opera di Nyoman Poleng Rediasa, mostra il prevalere della violenza sessuale contro le donne mettendola in relazione con conflitti epici ritrovati nella maggior parte delle tradizioni religiose.
La mostra non è un'esibizione di violenza, ma gli artisti riescono a raffigurare la brutalità del Mondo moderno che vediamo, sentiamo, e leggiamo ogni giorno nei giornali, su Internet, in radio e in TV.
Kurnia, il più affermato, nonché unico artista che usa nella mostra non usa la tela, nota che molte persone sono state e continuano ad essere vittime della fame.
La sua opera "Monumento per la Fame" ci ricorda che Urip Tri Gunawan, il procuratore arrestato perché si dice abbia accettato una mazzetta, e un lavoratore immigrato vittima di soprusi non sono diversi: sono entrambi vittime della fame. Questo è simbolizzato da Kurnia tramite la sua installazione di un pacco di riso al vapore incartato in sottile carta marrone, di solito distribuito per beneficenza ai poveri.

Le radici della violenza risalgono alla nostra infanzia, ad antiche tradizioni, religioni e forse, citando lo scienziato ateo Richard Dawkins, ai nostri "geni egoisti".
Il filosofo inglese Bertrand Russel disse una volta: "Il segreto della felicità sta nell'affrontare il fatto che il Mondo è orribile, orribile, orribile". Ma forse quello di cui oggi il Mondo ha bisogno è ciò che Kurnia suggerisce: uno spazio per la non-violenza.

martedì 22 aprile 2008

unsubscribe-me

Se Jack Bauer usa la tortura per ottenere informazioni dai terroristi e salvare gli Stati Uniti da un catastrofico attacco, siamo tutti con lui. Lui è l'eroe e vogliamo che faccia tutto ciò che è necessario per fermare i cattivi.
Lo stesso discorso non vale nella realtà. Jack è solo un personaggio di una serie TV: quello che a lui è concesso, non può esserlo ai veri Jacks che hanno a che fare coi veri terroristi.
Secoli fa Cesare Beccaria ha spiegato che la tortura non si giustifica mai. Ora la chiamiamo una violazione dei diritti umani, ma purtroppo si continua ad usarla. Questa gente pensa di dover fare tutto ciò che è necessario per combattere il terrorismo. Non capiscono che la violenza non può essere combattuta con altra violenza.

UNSUBSCRIBE-ME è una campagna di Amnesty International contro gli abusi dei diritti umani nella "guerra al terrorismo", e in particolare contro la pratica del waterboarding. Clicca qui per aderire.

lunedì 14 aprile 2008

Sakura Matsuri


Una foto dal Festival Giapponese che si è tenuto sabato scorso a Washington: peccato solo avessero finito il sushi e i biglietti per degustare il sake!

giovedì 10 aprile 2008

Perché non voto / 2

Dunque, innanzitutto ci tengo a farvi notare che Beppe Grillo mi ha copiato il post di ieri! Ma roba da maaatti!!! Va bene, lo so, il mio è scritto meglio, però i contenuti sono simili.
...lasciamo stare va...
Riprendiamo piuttosto il filo del discorso. Ci sono, dicevo, ragioni più profonde di quelle che ho esposto ieri che mi portano a scegliere di non votare.
Premetto che non pretendo qui di convincere nessuno, né ambisco a una trattazione esaustiva o coerente o fondata su chissà quali teorie filosofiche o sociali.
L'idea di fondo è questa: le istanze di cambiamento che forse, un tempo, potevano essere rivolte alla politica, vanno oggi rivolte altrove. Ci si aspetta che un Governo possa cambiare l'Italia? E' un'aspettativa priva di ogni fondamento. E' una semplificazione di una realtà che è ben più complessa. Diciamo pure che è un modo di delegare all'esterno qualcosa che dipende da ognuno di noi.
Dice a un certo punto Camilleri che Berlusconi è un extraterrestre della democrazia, che non ci appartiene. Non sono d'accordo: Berlusconi è un prodotto della democrazia e ci appartiene, eccome se ci appartiene!
Lessi anni fa da qualche parte che in ogni epoca nasce un matto che vuole conquistare il Mondo, ma non in tutte le epoche questo matto viene messo a capo di una Nazione. Si parlava in questo caso di Hitler, ma la frase si può parafrasare per i giorni nostri: un Berlusconi da qualche parte c'è sempre, ma non sempre lo si fa Presidente del Consiglio.
Dobbiamo allora seriamente riflettere e chiederci se è Berlusconi ad aver imbarbarito il nostro Paese o se, invece, è il nostro Paese imbarbarito ad aver prodotto Berlusconi. Io sono convinto che causa ed effetto si confondano in questo caso, come con l'uovo e la gallina.
Allora, non è votando il meno peggio che si combatte Berlusconi. Lo si combatte riappropriandosi di una cultura che non abbiamo più, di un'etica che abbiamo dimenticato e che, anche quando ce la ricordiamo in teoria, non applichiamo in pratica.
E' giusto chiedere all'amico consigliere comunale di annullare una multa? No... però se la multa l'hanno fatta a me...
E' giusto chiedere all'amico medico o infermiere di fare la TAC prima dei tempi previsti dalle liste d'attesa? No... però se la TAC la devo fare io...
E' giusto chiedere all'amico professore di "dare una mano" al figlio per gli esami? No... però se il figlio è il mio...
E' giusto chiedere la raccomandazione per il concorso? No... però la chiedono tutti, e sennò come si fa a passarlo?!
Viviamo di scorciatoie, di vie facili.
E' giusto creare un partito per guadagnarsi l'impunità dopo aver corrotto giudici ed essere stato colluso con la mafia? No... però...
Cosa cambia fra quello che noi facciamo in piccolo e quello che Berlusconi ha fatto in grande? La via breve per la TAC o per l'esame o per il concorso cosa ha di diverso dalla via breve per il l'impunità e per il potere?
Ecco perché non alla politica vanno rivolte le istanze di cambiamento della nostra società, ma a noi stessi, al nostro modo di pensare e agire nella vita di tutti i giorni.
Non pensiamo che, con una X sul simbolo giusto, possiamo davvero cambiare le cose. Smettiamo di pensare che non dipende da noi: tutto dipende da ognuno di noi! Comportiamoci "eticamente", rinunciamo a ciò che non possiamo avere perché non ci spetta, rivendichiamo ciò che non abbiamo anche se ci spetta.
Portiamo l'unico cambiamento che davvero possiamo portare, quello di noi stessi e delle nostre azioni. Il resto verrà dopo e non avremo bisogno di delegare la "rivoluzione" al politico di turno.

Perché non voto / 1

Sono molto indeciso sul "se" scrivere questo post... A dire il vero anche il "come" non mi è molto chiaro. Scriverò di getto, come sempre, pensando solo alla parola che viene dopo quella appena scritta. Forse alla fine del post, rileggendomi, mi sarà anche più chiaro il mio pensiero.

Domenica si vota e di questo un po' tutti credo siate a conoscenza.
Domenica io non voto. E anche questo non sorprenderà chi mi conosce, o comunque frequenta questo blog, e sa che mi trovo dall'altra parte dell'Oceano Atlantico e che sarebbe un po' dispendioso raggiungere il mio seggio elettorale.
Anche se mi trovassi in Italia non voterei comunque. Non è che mi aspetti una dichiarazione di Veltroni o Berlusconi in proposito. Neanche aspiro a un appello di qualcuno dei vari altri candidatucoli che cercano di ritagliarsi un titoletto sui giornali facendosi lanciare uova nelle piazze o riaffermando con eleganza il loro no alle avance del Cavaliere.

Come dicevo all'inizio, scrivo questo post soprattutto per riordinare le idee.
Ci tengo innanzitutto a precisare che la mia scelta non ha niente a che fare con Grillo e col Grillismo. Con tutta la simpatia per il blogger genovese e pur condividendo tante delle sue battaglie e avendo firmato per il V-Day ecc., le posizioni di Grillo e soprattutto la sua più recente deriva populista mi allontanano da lui. E mai avrei votato per una delle sue liste con bollino, in cui sono certo che avrei letto i soliti nomi riciclati di gente che, dai Social Forum ai Girotondi, non si è perso neanche uno dei movimenti nati e morti negli ultimi dieci anni.

Chi negli ultimi giorni mi ha reso ancora più determinato in questa scelta è stato il buon Andrea Camilleri, insieme al Pancho Pardi, leader dei Girotondi e ora capolista dell'Italia dei Valori per il Senato in Toscana. Due personaggi per cui nutro stima e, nel caso di Camilleri, di cui sono accanito lettore e ammiratore.
In due video proposti on line dalla rivista Micromega i due rivolgono accorati appelli agli astensionisti di sinistra. Il contenuto, ridotto all'osso, è: se non votiamo PD, vince Berlusconi!
Un'argomentazione forte senza dubbio! Io Berlusconi e la sua banda al Governo non ce li voglio, per carità. Ma perché, allora, mi convinco ancora di più che, anche se potessi, non andrei a votare?
Nell'arco della mia intera "vita politica" Berlusconi è stata una costante fissa, sempre presente. Ho seguito la prima campagna elettorale nel 1994 e da allora in poi questo Belzebù della politica italiana non è mai mancato. Ha vinto contro Occhetto, ha perso contro Prodi, ha vinto contro Rutelli, ha riperso contro Prodi... Sempre presente!
Ho raggiunto l'eta' per votare nel 1998. Sono trascorsi ormai ben 10 anni: 10 anni a votare coalizioni traballanti o candidati impresentabili (Rutelli, ma come ho fatto a votare Rutelli?!). Dieci anni a votare "perchè altrimenti vince Berlusconi".
Sono ormai fermamente convinto che Berlusconi e questa sinistra si sorreggano a vicenda. Berlusconi c'è perché a questa sinistra fa comodo. Berlusconi è l'unica ragione per votare questa sinistra. Non ce ne sono altre.
Di promesse di cambiamento del nostro Paese da parte di questa sinistra ne abbiamo avute tante e si sono sempre perse per strada.

"Yes, we can" dice il buon Walter. A parte il fatto che, come dicono da queste parti, poteva pure fare un piccolo sforzo e inventarsi uno slogan suo. Ma a parte questo, perché non dire piuttosto "avremmo potuto"? Nel 1996 "avremmo potuto... ma Bertinotti"; nel 2007 "avremmo potuto... ma Mastella". Questa sinistra è un continuo arrancare, non ha un'idea in testa, manca di una guida, di un riferimento. Fosse almeno in grado di contrastare il ripugnante nano di Arcore si avrebbe forse motivo di votarla. Ma non è così!

Scrisse tanti anni fa Curzio Maltese che il progetto di Berlusconi era fare il Presidente della Repubblica. Questa minaccia incombente la ripete oggi Flores D'Arcais nell'intervista a Camilleri di cui sopra. Sarebbe, dice e ha ragione, una vergogna irreparabile per il nostro Paese.
A cosa è servito, allora, “turarsi il naso” per tutti questi anni, se la minaccia non è cambiata e, anzi, si representa con sempre maggior forza?
Non viene il sospetto che, se proprio vogliamo contrastare Berlusconi, forse non è più il caso di affidarsi a chi, in 10 anni, non è riuscito neanche a scalfirlo? A chi, anzi, è riuscito a resuscitarlo quando sembrava morto? A chi non ha modificato neanche una delle tante leggi ad personam contro cui durante gli anni di opposizione si era fatto finta di indignarsi e che, in campagna elettorale, ci si era impegnati a spazzar via?

Penso sia abbastanza per oggi e ora bisogna che mi rimetta al lavoro. Ma le argomentazioni non finiscono qui... Mancano, anzi, le ragioni forse più profonde di questa scelta.

giovedì 3 aprile 2008

Oh man, what a game!


Ragazzi, che partita ieri al Verizon Center!
Washington Wizards contro Milwaukee Bucks. I Wizards realizzano il primo canestro e restano in vantaggio per tutta la partita, con un distacco massimo di 11 punti.
La grande sorpresa arriva intorno al 5 minuto del primo quarto. Applausi e urla iniziano ad arrivare dagli spettatori piu' vicini alla panchina e presto tutto il pubblico sembra in delirio. Non capisco cosa succede, perche' in campo non succede niente di esaltante, forse il gioco e' addirittura fermo. Ma dopo qualche secondo tutto si spiega: entra Arenas!
Gilbert Arenas, numero 0, e' la "stella" dei Wizards. E' stato fuori per quasi tutta la stagione a causa di un infortunio al ginocchio e rientra proprio oggi, a sorpresa, dopo 66 partite.
La differenza si fa sentire subito: prima palla toccata e primo canestro. In 19 minuti fa 17 punti e 2 assist.
La partita e' spettacolare, con belle azioni da una parte e dall'altra e si accende soprattutto con un paio di schiacciate di Young.
Anche negli intervalli lo spettacolo non manca. A parte i soliti lanci di magliette e tacos e i giochetti con le videocamere (kiss cam, dance cam ecc.), la mascotte G-Man si esibisce in un numero di schiacciate acrobatiche.
Siamo nell'ultimo quarto quando e' proprio Arenas a segnare il 100esimo punto per i Wizards. I Bucks pero' sono sempre la', hanno intorno ai 5 punti di distacco.
Le ultime fasi di gioco hanno dell'incredibile. I Bucks raggiungono e superano la squadra di casa! Mancano 15 secondi quando Arenas con due tiri liberi riporta i Wizards in vantaggio. Siamo 109-108.
Il tempo sul cronometro corre via: 5, 4, 3, 2... Fallo! Il tempo si ferma a 1.1...
I soliti "previdenti" incominciano a lasciare gli spalti per evitare la calca e il traffico, ormai la partita e' finita, tanto vale andare via appena suona la sirena del time-out chiamato dai Milwaukee. Non sanno cosa stanno per perdersi.
Le squadre si schierano, siamo nell'area dei Wizards e il gioco riprende con una rimessa laterale (che nel calcio si chiama cosi', nel basket non so, ma insomma ci siamo capiti). Con due passaggi la palla arriva nell'angolo basso a Ramon Sessions e, prima che la sirena suoni, si stacca dalle mani del giocatore. Il tiro da 2 punti va dentro e il Verizon Center e' gelato.
Gli arbitri guardano il replay negli schermi e confermano la decisione.
I Milwaukee Bucks battono i Washington Wizards 110 a 109!

domenica 30 marzo 2008

The National Cherry Blossom Festival


Nel 1912 la città di Washington ricevette dal sindaco di Tokyo 3000 ciliegi, a simboleggiare l'amicizia fra i due popoli e i buoni rapporti fra Stati Uniti e Giappone. Qualche decina d'anni dopo gli Stati Uniti avrebbero ricambiato l'omaggio con due rari (e un po' meno amichevoli) funghi: ma questa è un'altra storia...
Lo scambio continuò nel 1915, quando il governo degli Stati Uniti donò al popolo giapponese il dogwood tree (che in italiano dovrebbe essere il corniolo). Nel 1981, a seguito di un alluvione la città di Yoshino perse i suoi ciliegi e Washington ricambiò mandando le talee dei ciliegi che nel frattempo crescevano rigogliosi sulle rive del Potomac. Da ultimo, nel 1999 furono piantati dei nuovi alberi sulle rive del Tidal Basin, provenienti dalla provincia giapponese di Gifu.

Ogni anno a Washington si celebra la fioritura dei ciliegi con il "Cherry Blossom Festival". Danze, concerti, fuochi d'artificio si susseguono per ben due settimane. fra la fine di marzo e i primi di aprile. L'edizione 2008 ha avuto inizio ieri.
Ne approfitto per fare una passeggiata nel famoso parco di Washington, il National Mall.
Armato di macchina fotografica, mi dirigo prima verso il National Building Museum, dove si tiene la cerimonia d'apertura. Il programma, però, non mi sembra granché interessante: una Miss Universo presenta un'orchestrina jazz e solo alla chiusura qualche artista giapponese, più intonato all'atmosfera. E poi non mi entusiasma l'idea di stare al chiuso di un museo, mentre i ciliegi là fuori fioriscono...
Mi incammino verso il "giardino di Washington". Il parco è pieno di bimbi che fanno volare aquiloni di tanti tipi e colori diversi. Le prime foto, con il Capitol di sfondo, non vengono molto bene. Attraverso l'immenso prato che divide il Capitol dal Washington Monument, facendo fotografie ai bambini e agli aquiloni (e a due tipi con lunghissimi capelli rasta).
Il National Mall è pieno di gente e c'è una coda lunghissima anche per entrare nella metropolitana.
Vicino al Washington Monument (che sarebbe quel gigantesco pilone circondato da bandiere a stelle e strisce e con le lucette colorate in cima) c'è un primo gruppetto di alberelli in fiore e tanta gente che ci si fa le foto. Dopo un po' di scatti continuo la passeggiata verso il Jefferson Memorial, dove, intorno al bacino artificiale ricavato nel Potomac, sono concentrati la maggior parte degli alberi.
Ovviamente, anche in questo scenario bucolico, non manca il cartello di pericolo che da queste parti non si risparmiano mai. Sull'autobus "attenzione al gradino", ovunque appena fa due gocce d'acqua "attenzione, pavimento bagnato", sulla scala mobile "attenzione, allacciatevi i lacci della scarpe", sui cibi surgelati "attenzione, togliere l'involucro prima di infornare". Come poteva mancare qui il cartello "Attenzione, rami bassi"?!

sabato 22 marzo 2008

Dupont Circle e la 17th

...dicevamo dello Steam cafe...
Consigliato soprattutto per i panini, lo Steam è gestito da Driss e Ghizlane, marocchini e appena sposati (le malelingue dicono che lui l'abbia sposata solo perché è incinta, ma chissà se hanno ragione).
Driss ha il classico sorriso da mercante arabo. Non che io abbia mai visto il sorriso di un mercante arabo, solo che immagino che il "classico sorriso del mercante arabo" sia qualcosa di molto simile a quello di Driss. Lui sta dietro il bancone e da lì accoglie i clienti e prende le ordinazioni.
Da quando ci sono entrato la prima volta e ho chiesto dell'acqua a temperatura ambiente tiene sempre qualche bottiglia fuori dal frigo. Se n'è ricordato anche l'altro giorno, dopo mesi che non ci andavo... Così come non manca mai di salutare in italiano: "Ciao! Ci vediamo domani!".
Allo steam lavora David. Lui è algerino e l'italiano lo parla bene. Ad essere precisi parla napoletano. Ha vissuto una decina d'anni in Italia, e ne approfitta sempre per farsi una chiacchierata, perché era tanto che non aveva l'occasione di parlare italiano.
David vive ad Alexandria con la famiglia dello zio e ci mette circa un'ora ogni giorno per andare a lavorare. La zona non gli piace però: ci sono troppi gay qui, dice. E come dargli torto? La 17th non è certamente l'ambiente di lavoro ideale per un "musulmano omofobico".
Parliamo di uno dei luoghi simbolo del "gay pride". Siamo in una delle zone in cui i primi locali gay cominciarono ad aprire negli anni Settanta, fra i primi negli Stati Uniti (e, immagino, al Mondo). La Dupont Circle area fu recuperata e rivitalizzata, appunto, negli anni Settanta, quando la popolarono bohémien e gay.
Sulla 17th si trovano alcuni dei più noti locali a frequentazione gay di DC. Particolarmente nota per i suoi squisiti piatti di carne è la Annie's Paramount Steak House. Ci potete andare anche se non siete omosessuali ovviamente: posso assicurare che le vostre tendenze non saranno in alcun modo intaccate e in compenso il palato vi ringrazierà.
Altro luogo da non perdere sulla 17th è Sushi Taro, da molti considerato il miglior ristorante giapponese di Washington. Non ho provato gli altri, ma questo è davvero ottimo! E a conferma di ciò è ad alta frequentazione giapponese, oltre ad avere alle pareti le foto autografate con dedica dei Clintons, dei Bush e di celebrità varie.
Per chiudere, qualche foto di Dupont Circle e della 17th.

domenica 16 marzo 2008

Washington, i proiettili e i colori della metro

Sono tornato oggi in uno dei primi posti che ho frequentato al mio arrivo qui a Washington: lo Steam cafe, un piccolo locale sulla 17th NW, all'angolo di R street.
Ci sono andato spesso durante la prima settimana qui, perché era molto vicino all'hotel dove dormivo. Il posto è accogliente: un bancone con sgabelli e la vetrina dei dolci, una decina di tavolini nella sala e ampie vetrate che si affacciano sulla 17th.
Siamo nella Dupont Circle area, una delle più "chic" di Washington. Siamo nel nord ovest di DC: certamente non si tratta di una delle zone che contribuiscono a fare della capitale una delle città americane con il più alto tasso di omicidi. 13esima nel 2005 con 35,4 omicidi ogni 100'000 abitanti, DC detiene record passati ben più alti e in alcuni anni ha conquistato il primato in questa speciale classifica.
In tempi non molto lontani Washington era una città violenta e razzista. Bill Bryson in "The lost continent" riporta i suoi ricordi di infanzia legati alla capitale, una città afosa e sporca, in cui una volta vide un uomo che era stato sparato alla testa e giaceva a terra in una pozza di sangue. Una città in cui mentre i bianchi mangiavano seduti ai tavoli, i neri ordinavano da portare via e se ne andavano a mangiare a casa, in macchina o per strada.
Certo oggi non è più così. Washington viene descritta a ragione come una città molto pulita e, soprattutto, non è poi così calda come la ricorda Bryson, i cui ricordi di infanzia sono legati esclusivamente alle vacanze estive in Agosto!
A parte questo, gli omicidi restano tanti, la disputa sulle armi da fuoco ancora all'ordine del giorno (attualmente si attende una decisione della Corte Suprema sulla decisione di DC di bandire le pistole, una decisione ragionevole che si scontra contro l'emendamento "western" che sanziona fra i diritti del cittadino americano quello di portare armi e soprattutto contro le lobby di chi le armi le produce); sono passati in fondo solo 10 anni da quando si decise di cambiare nome alla squadra di basketball per prendere le distanze dalla violenza dilagante e i "Bullets" (proiettili) diventarono i "Wizards" (maghi).
E non si può neanche dire che Washington sia una grande esempio di integrazione razziale. Provate a fare un giro in metro e vedrete come cambiano le facce e i colori e i suoni a seconda della linea su cui vi trovate e della direzione in cui andate.
Sulla linea gialla, che passa per Chinatown, ci trovate più asiatici. Sulla blu e sull'arancione, che vengono dalla Virginia, quasi tutti bianchi (che in Virginia sono il 73%, mentre in DC sono meno del 40%). Anche la rossa è a maggioranza bianca, ma qui si sente un po' di più lo spagnolo. La verde è la linea che va nel sud est della città, la zona più degradata e ancora oggi pericolosa: sulla verde i neri sono la maggioranza assoluta.
La mancanza di una vera e propria integrazione razziale nella città la si nota anche nella rarità di coppie miste: non è facile vedere un bianco mano nella mano con una nera, o un asiatico con una bianca, o un ispanico con una asiatica...
Per non parlare, poi, della divisione nella vita notturna: Georgetown bianca come le limousine che scorrazzano frotte di ragazzini "bene" da un locale all'altro; Adams Morgan giusto un po' meno bianca di Georgetown (ma soprattutto senza ragazzini in limousine, il che la rende molto più piacevole!); U Street e Chinatown nere; la Virginia bianca bianca.
Beh, sia chiaro, la divisione è in realtà meno netta di come la sto presentando qui, però in fin dei conti c'è e si fa sentire.

Ma da dove avevo iniziato?! Ah giusto, lo Steam cafe...

sabato 8 marzo 2008

Don Pizarro: "Stamo ar Medioevo, c'ha ragione mi' fijo"

Per chi se la fosse persa, direttamente da YouTube, l'ultima apparizione televisiva del grande Corrado Guzzanti.



...e qui trovate la seconda parte

martedì 26 febbraio 2008

Che fortuna essere ammalati negli USA!

Ma chi l'ha detto che negli USA essere ammalati è un dramma per chi non ha assicurazione? Chi l'ha detto che qui chi non può permettersi la sanità privata è destinato a morte certa? Non fidatevi di quel Michael Moore e delle altre malelingue che gettano fango sul sistema sanitario americano: tutto falso! Qui essere ammalati è una risorsa.
Provate ad aprire un giornale qualunque e vi accorgerete delle tante opportunità che vi si presentano se avete avuto la fortuna di ammalarvi. Sfogliamo insieme l'Express (edizione gratuita per la metro del Washington Post) del 19 febbraio.
A pagina 2 troviamo un'interessante offerta per chi ha l'alluce valgo. I ricercatori del Chesapeake cercano volontari per la sperimentazione di antidolorifici da applicare dopo l'intervento correttivo. In cambio offrono visite, esami e l'intervento gratuiti, più un compenso.
A pagina 8 abbiamo due annunci, uno per fumatori che vogliono smettere e un altro per chi soffre di depressione. In entrambi i casi visite ed esami gratuiti, più rimborso delle spese di trasporto.
A pagina 12 un altro annuncio analogo per fumatori; mentre a pagina 18 tornano in scena i depressi, a cui si affianca in questo caso anche un annuncio per gli ansiosi.
Veniamo a pagina 19: pressione alta? Solita storia: visite ed esami gratis, compenso per trasporto e tempo perso. Sulla stessa pagina trovano posto anche i foruncolosi, con almeno 12 anni, 20 brufoli e 25 punti neri sulla faccia: esami gratis e fino a 100$ per la partecipazione.
Pagina 20: "Mezza età, menopausa e sbalzi d'umore? Chiamaci e aiutati aiutando gli altri!"
La pagina 24 è una vera e propria miniera d'oro, interamente dedicata al tema, con ben 6 (SEI) annunci: volontari sani fra i 18 e i 45 anni, donatori di midollo osseo, ansiosi, sofferenti di insonnia, sofferenti di mal di schiena per sperimentare antidolorifici e consumatori di antidolorifici per sperimentare nuovi medicinali contro l'ulcera da abuso di antidolorifici.
Si chiude con pagina 25: sopravvissuti al cancro.

Questi sono solo gli annunci che si possono trovare nel piccolo giornale distribuito ogni giorno gratuitamente nella metropolitana di Washington. E non sono neanche tutti quelli che hanno a che fare con la sanità, perché ho tralasciato le pubblicità di dentisti (la mia preferita è "Prova il dentista di cui tutti stanno parlando!), programmi per la perdita di peso, oculisti ecc.
Fortunatamente, ogni tanto, ci mettono anche l'ironia, come nella rubrica "Ipocondriaco", ovvero "Ciò che potresti avere ma probabilmente non hai". Il titolo di oggi è: "La tua urina puzza di sciroppo d'acero?". Ora, ve lo immaginate l'ipocondriaco che legge quest'articolo e viene a sapere dell'esistenza del "Maple Syrup Urine Disease"?

venerdì 22 febbraio 2008

Mostra fotografica Swaziland

Con grande piacere vi annuncio che domani, sabato 23, si terrà a Lecce una mostra fotografica con le mie foto fatte in Swaziland.

L'iniziativa è dell'ARCI Lecce.
Trovate qui tutte le informazioni

Nell'occasione vi ricordo che a destra, fra i link, trovate il mio diario di viaggio in Swaziland (dal sito della o.n.l.u.s. MAIS).


martedì 19 febbraio 2008

Sanzioni severissime


Fuori da una chiesa battista su Washington Street ad Alexandria, VA.
"Parcheggio riservato alla chiesa, i trasgressori verranno battezzati".
...quando si dice l'effetto deterrente della pena...

lunedì 11 febbraio 2008

Back to NY / 6


Ultimo giorno a NY. L'autobus di ritorno parte alle due meno un quarto.
E' domenica... e la domenica si va a messa! Prendo subito la metro, senza neanche fare colazione, per andare ad Harlem. Ho letto sulla mia guida di una chiesa famosa per i cori gospel: la Abyssinian Baptist Church (foto).
Appena sbarcato ad Harlem vedo un nero che porta, avvolta nel cellophane della lavanderia, una tunica colorata, di un rosso lucido, di quelle tipiche dei cori gospel: sono nel posto giusto!
Nonostante il sole, fa un freddo assurdo e tira vento. Non c'è molta gente per strada, ma i pochi passanti hanno un fare amichevole. Noto la frequenza insolita delle parrucchierie, una ogni dieci metri e tutte piene!
Mi dirigo verso la chiesa. Gironzolo un po' intorno, faccio qualche foto alla facciata. Cerco di capire se è possibile entrare. Sulla strada che costeggia la chiesa c'è una piccola bancarella con quadri e bigiotteria. Girato l'angolo un gruppo di turisti e un'altra bancarella, che vende dischi.
Un nero un po' attempato, cappotto lungo, cappello con falde e occhiali da sole, balla al ritmo del bel soul che viene dallo stereo sul tavolino su cui sono appoggiati i cd. Prendo tre cd che mi faccio consigliare dal venditore.
Torno all'ingresso della chiesa e chiedo se si può entrare. Il ragazzo alla porta mi dice che la fila è dietro l'angolo: quella che pensavo fosse una comitiva di turisti era la fila per entrare in chiesa!
Mi metto in coda, la funzione inizia fra circa tre quarti d'ora. Dopo mezz'ora di attesa la coda copre la lunghezza dell'intero isolato e continua dietro l'angolo per almeno altri 15-20 metri!
Stupide guide turistiche! Ti fanno credere che stai per fare una cosa originale, che stai andando a vedere una cosa per pochi intenditori e poi ti ritrovi con decine di altre persone che fanno la stessa cosa. Nell'attesa prendo un altro cd: me lo vende una signora che sta lì per conto della chiesa a tenere la fila in ordine e a vendere cd, dvd e cartoline.
Mi godo anche il passaggio di qualche gruppo di anziane donnone nere, che tutte impellicciate e con la piuma sul cappello se ne vanno a messa o chissà dove.
La sensazione di star facendo qualcosa "di massa" mi fa passare la voglia entrare. In più non sento più le mani dal freddo e, fatto un rapido calcolo, una volta entrato non potrei seguire più di dieci minuti di messa considerato che devo tornare in ostello a prendere le mie cose e poi andare a prendere il pullman.
Decido di andare: la prossima volta a New York cercherò un altra chiesa in cui andare a sentire i gospel e di cui non ci sia ancora traccia nelle guide turistiche.
Passo dall'ostello a prendere lo zaino e poi vado verso Times Square. Ho giusto il tempo per una fetta di cheese cake alla ciliegia prima di ripartire verso Washington.

giovedì 7 febbraio 2008

Back to NY / 5


Il sabato mi alzo di buon mattino. Sono stato due volte a New York e in entrambe le volte sono stato al Central Park Hostel: ma non ho ancora visto Central Park! Decido, allora, di colmare questa lacuna...
Mappa alla mano, cerco di capire da quale parte mi conviene entrare: di cose interessanti da vedere sembra ce ne siano tante, ma il parco è troppo grande per esplorarlo tutto a fondo in una sola mattinata. Central Park fu realizzato a fine Ottocento e si estende, da Nord a Sud, dalla 59th alla 110 street.
Scelgo di entrare dalla 72th West, all'altezza di Strawberry Fields, uno dei posti preferiti da John Lennon e a lui dedicato nel 1981 (il nome viene dalla canzone, Strawberry Fields Forever).
Addentrandomi nel parco arrivo a uno dei laghi, che è completamente ghiacciato. Proseguo verso sud, passando per un colorato sottopassaggio "maiolicato" e arrivo alla pista di pattinaggio su ghiaccio. Risalgo, poi, passando davanti al Central Park Zoo. Esco dopo almeno un'ora e mezzo di camminata, all'altezza della 65th street East.
Passeggiando per Central Park ogni tanto ci si rende conto che è tutto finto, innaturale... Però è certamente un bel posto, una grande oasi nel bel mezzo dei grattacieli di Manhattan. La vista dei grattacieli che sbucano in mezzo agli alberi è senz'altro spettacolare.
Anche Central Park è esattamente quello che ci si aspetta. Frotte di "runners" che passano, ognuno in tenuta da corsa e super-attrezzato, con iPod alle orecchie. Ciclisti con ogni sorta di gadget addosso o sulla bici. Passeggiatori e passeggiatrici di cani. Babbo che gioca a hockey con i figlioli... Fra chi va a fare jogging, degni di nota sono, in particolare, quelli che chiamerei gli "stroller-runner", ovvero neo-genitori che vanno a correre con il pargolo e corrono spingendo
il passeggino: ottima idea per rimettersi in forma dopo la gravidanza, no?

Uscito da Central Park mi incammino sulla 5th avenue, la celebre strada piena di negozi di ogni tipo e, soprattutto, di lussuosissimi negozi di vestiti e gioielli. Mi fermo a dare un'occhiata a un negozio di elettronica e all'NBA Store, pieno di magliette, cappellini e gadget vari, e con le immagini a grandezza naturale e i calchi delle mani di alcuni dei più grandi campioni del basketball.
Sì, "basketball" non "basket"! Perché qui si abbrevia tutto, ogni frase diventa acronimo, ogni parola si taglia il più possibile... Lo U.S. Capitol lo chiamano Cap e i Capitals (la squadra di hockey) sono ovviamente i Caps. Washington non la si chiama mai per nome, si dice D.C.! E Los Angeles è rigorosamente L.A.. Non c'è da stupirsi a sentire frasi del tipo "Lavoro nell'H.R. dell'IMF; prima stavo nel M.C. della W.B. in D.C., ma lavoravo nell'I.T." e cose simili.
Insomma, tutto si abbrevia, tutto si taglia... Ma il basket no, è basketball!
La mia passeggiata sulla 5th continua fino al Flatiron building (il Ferro da Stiro), uno dei grattacieli più strani, con la sua punta larga appena due metri per ben 87 di altezza.
Nei pressi del Flatiron incrocio una manifestazione di studenti per Obama e li seguo per un po' sperando che da qualche parte spunti il Senatore del momento.
Dopo pranzo torno in ostello a riposare un po'. Trascorro il pomeriggio bighellonando qua e là, fra Times Square e Union Square.

domenica 3 febbraio 2008

Back to NY / 4

Al MSKCC visitiamo il reparto di pediatria, guidati da un medico che ricalca fisicamente lo stereotipo dell'ebreo: minuto, capelli ricci, occhialetti e grosso naso sui folti baffi. Il reparto è, ovviamente, molto ben organizzato e attrezzato, arredato con molta cura in modo da rendere l'ambiente il più possibile adatto ai bambini.
Una bambina sudamericana, resa cieca dalla malattia, si avvicina al dottore e gli parla a lungo tenendolo per mano, mentre lui risponde disponibile e sorridente.
La sera andiamo a cena in un ristorante thailandese. Il locale, nella zona est della città, a sud di Central Park, è molto curato e si mangia molto bene. Prima di andare via, ci invitano a fare un giro dei tre piani. Sotto c'è un bancone da bar e una piccola vasca; al piano superiore, invece, una delle ultime tendenze dei locali newyorkesi (almeno così ci viene presentata): un grande letto nel bel mezzo della sala, su cui ci si può sedere a bere o mangiare e, volendo, ci si può anche mettere a dormire.
Si torna in ostello. Prima, però, decido di andare a vedere Times Square di notte... Passo vicino al Madison Square Garden e noto una piccola folla in attesa. Aspettano trepidanti il cantante che ha appena chiuso il suo concerto, Alejandro Sanz, una specie di Gigi D'Alessio "internazionale".
Meraviglie di Internet: su Youtube ho trovato un breve filmato proprio del concerto di quella sera. Wow!

giovedì 31 gennaio 2008

Back to NY / 3

Ho appuntamento per le 4 con i rappresentanti della fondazione con cui sto iniziando a collaborare. Visiteremo il Memorial Sloan Kettering Cancer Center, uno dei centri più avanzati al Mondo nella cura dei tumori. Credo abbiano inventato qui la radioterapia.
Non posso nascondere l'emozione che ho provato camminando lungo la 68th per raggiungere l'ospedale che si trova in York Ave. Il MSKCC è l'ospedale in cui è stato operato Tiziano Terzani e di cui racconta nel suo libro "Un altro giro di giostra". Da accanito lettore di Tiziano venire da queste parti mi fa un certo effetto, ripensare alla sua esperienza qui a New York, agli "aggiustatori", come lui chiamava i medici del MSKCC... Penso a come sia partito da qui il suo ultimo lungo viaggio, che lo ha portato dall'assoluta fiducia nella scienza e nella medicina occidentali, all'esplorazione di ogni sorta di cura "alternativa" e alla scoperta, infine, che una cura non esiste e che l'unica guarigione sta nell'accettare la malattia come parte di sé.
E allora, prima di andare avanti con il mio racconto, vi lascio un frammento di quello ben più interessante di Terzani:
"La razionale follia del mondo moderno era tutta concentrata lì, in quei pochi, meravigliosi, vitali chilometri quadrati di cemento fra l'East River e l'Hudson, sotto un cielo terso, sempre pronto a riflettere l'increspato splendore delle acque. Quello era il cuore di pietra del dilagante, disperante materialismo che sta cambiando l'umanità; quella era la capitale di quel nuovo, tirannico impero verso il quale tutti veniamo spinti, di cui tutti stiamo diventando sudditi e contro il quale, istintivamente, ho sempre sentito di dovere, in qualche modo, resistere: l'impero della globalizzazione. E proprio lì, lì nel centro ideologico di tutto quel che non mi piace, ero venuto a chiedere aiuto, a cercare salvezza! E non era la prima volta. A trent' anni c' ero arrivato, frustrato da cinque anni di lavoro nell'industria, per rifarmi una vita come la volevo. Ora c'ero tornato per cercare di guadagnare tempo sulla scadenza di quella vita. Anche la prima volta avevo sentito forte la profonda contraddizione fra la naturale gratitudine per ciò che l'America mi dava - due anni di libertà pagata per studiare la Cina e il cinese alla Columbia University per prepararmi a partire da giornalista in Asia - e il disprezzo, il risentimento, a volte l'odio, per ciò che l'America altrimenti rappresentava.

Quando nel 1967 Angela e io, entusiasti, sbarcammo a New York dalla Leonardo da Vinci che ci aveva presi a bordo una settimana prima a Genova, l'America cercava, con una guerra sporca e impari, di imporre la sua volontà a un misero popolo asiatico armato solo della sua cocciutaggine: il Vietnam. Ora l'America, con una ben più sofisticata, meno visibile e per questo meno resistibile aggressione, stava cercando di imporre al mondo - assieme alle sue merci - i suoi valori, le sue verità, le sue definizioni di buono e di giusto, di progresso e... di terrorismo.
A volte, vedendo entrare e uscire dai grandi, famosi edifici della Quinta Strada o di Wall Street eleganti signori con le loro piccole valigette di bel cuoio, mi veniva il sospetto che quelli fossero gli uomini da cui bisognava guardarsi e proteggersi. In quelle borse, camuffati come «progetti di sviluppo», c'erano i piani per dighe spesso inutili, per fabbriche tossiche, per centrali nucleari pericolose, per nuove, avvelenanti reti televisive che, una volta impiantate nei Paesi a cui erano destinate, avrebbero fatto più danni e più vittime di una bomba. Che fossero loro i veri «terroristi»?
Con le strade che si popolavano subito dopo l'alba, New York perdeva ai miei occhi la sua aria incantata e a volte mi appariva come una mostruosa accozzaglia di tantissimi disperati, ognuno in corsa dietro a un qualche sogno di triste ricchezza o misera felicità. Alle otto la Quinta Strada, a sud di Central Park, a un passo da casa mia, era già piena di gente. Zaffate di profumi da aeroporto mi riempivano il naso a ogni donna che, correndo col solito cartoccio della colazione in mano, mi sfiorava per entrare in uno dei grattacieli. Che modo di cominciare una giornata! (...) La folla a quell'ora era di gente per lo più giovane, bella e dura: una nuova razza cresciuta nelle palestre e alimentata nei Vitamin-shops. Alcuni uomini più anziani mi pareva di averli già visti in Vietnam, allora ufficiali dei marines, e ora, sempre dritti e asciutti nell'uniforme di businessman, sempre «ufficiali» dello stesso impero, impegnati a far diventare il resto del mondo parte del loro villaggio globale.

Quando stavo a New York la città non era ancora stata ferita dall'orribile attacco dell'11 settembre e le Torri gemelle spiccavano snelle e potenti nel panorama di Downtown, ma non per questo, anche allora, l'America era un Paese in pace con se stesso e col resto del mondo. Da più di mezzo secolo gli americani, pur non avendo mai dovuto combattere a casa loro, non hanno smesso di sentirsi, e spesso di essere, in guerra con qualcuno: prima col comunismo, con Mao, con i guerriglieri in Asia e i rivoluzionari in America Latina; poi con Saddam Hussein e ora con Osama bin Laden e il fondamentalismo islamico. Mai in pace. Sempre a lancia in resta. Ricchi e potenti, ma inquieti e continuamente insoddisfatti. Un giorno, nel New York Times mi colpì la notizia di uno studio fatto dalla London School of Economics sulla felicità nel mondo. I risultati erano curiosi: uno dei Paesi più poveri, il Bangladesh, risultava essere il più felice. L'India era al quinto posto. Gli Stati Uniti al quarantaseiesimo!

A volte avevo l'impressione che a goderci la bellezza di New York eravamo davvero in pochi. A parte me, che avevo solo da camminare, e qualche mendicante intento a discutere col vento, tutti gli altri che vedevo mi parevano solo impegnati a sopravvivere, a non farsi schiacciare da qualcosa o da qualcuno. Sempre in guerra: una qualche guerra."

martedì 29 gennaio 2008

Back to NY / 2

Scendo a Spring Street e mi dirigo verso la zona che sulla mappa è segnata come Little Italy. Fin dalla fine dell'800, Little Italy ha ospitato i nostri connazionali, in particolare i meridionali. Di questo ci si accorge subito da due cose: i nomi dei ristoranti (Vesuvio, Napoli, Sicilia, Puglia ecc.) e i negozi di souvenir pieni di magliette inneggianti alla Mafia e ai gloriosi tempi in cui i gangster italiani dominavano il quartiere.
Oggi resta molto poco di quella Little Italy, che metro dopo metro è stata risucchiata dalla sempre più grande Chinatown, con gli edifici, le insegne, gli odori e le facce cinesi.
Di Little Italy è rimasta quasi solo Mulberry Street, in cui il giallo e rosso cinesi lasciano il posto al tricolore italiano. Oltre ai ristoranti e ai negozi di souvenir, la via è piena di botteghe alimentari con prodotti tipici italiani, che hanno proprio quell'odore misto di salumi e formaggio delle nostre alimentari di un tempo, oggi fagocitate dagli ipermercati e rese asettiche dalle normative europee.
Non ho molto tempo: prendo due pezzi di pizza (considerato che siamo a Little Italy, ci sarebbe da aspettarsi molto di meglio...). Seduto al tavolo vicino a me c'è un tipo che, quando stiamo per uscire, mi chiede informazioni sulla metropolitana più vicina. La raggiungiamo insieme. Lui si chiama Joseph ed è di Orlando in Florida. Con cappello, occhiali e cappotto neri, sembra uscito da un film di Martin Scorsese. Scende un paio di fermate prima di me.
Io continuo, destinazione 68th Street, Hunter College.

lunedì 28 gennaio 2008

Back to NY /1

Sono tornato ieri da New York e ora sono qui che ascolto i cd che ho preso ad Harlem.
New York è una città che in qualche modo lascia sempre dentro qualcosa. Ci arrivo giovedì sera. Questa volta con un autobus confortevole e puntualissimo, che mi lascia a due passi da Times Square.
Giusto il tempo di mangiare qualcosa al volo e poi vado in ostello, lo stesso dell'altra volta, vicino a Central Park, sulla 103rd street west. Nella stanza ci sono 8 posti a letto, ma sono quasi tutti vuoti. Dentro c'è un ragazzo turco che, per non smentire i luoghi comuni, fuma come un turco. Mi metto presto a letto.
La mattina del venerdì mi alzo di buon mattino. Vado a fare colazione a uno Starbucks vicino l'ostello e poi prendo la metro, destinazione South Ferry. Da qui partono i traghetti che portano alle isole: Staten Island, Liberty Island e Ellis Island. La prima è un vero e proprio quartiere di New York, non una gran bella zona a quanto si dice.
Liberty Island è l'isola da cui la Statua della Libertà "fiera abbraccia tutta quanta la Nazione". Ellis Island è invece l'antico approdo degli immigrati di un tempo, quelli che arrivavano per mare alla scoperta del Nuovo Mondo. Il bel palazzo in cui un tempo le masse di immigrati venivano lasciate ad aspettare il visto per l'America, ora è sede del Museo dell'Immigrazione.
Dopo aver passato i controlli di sicurezza, prendo il traghetto per la Liberty Island. Il paesaggio è molto bello: da una parte New York e i grattacieli che si allontanano, dall'altra la Statua che lentamente si avvicina. Anche qui, più che il piacere di scoprire, vale quello di riconoscere ciò che sempre si è visto.
Faccio la fila per entrare nella Statua. La borsa devo lasciarla in una delle cassette di sicurezza, che si aprono e si chiudono con l'impronta digitale (l'amenità tecnologica costa 1$ per 2 ore, ma assolutamente ne vale la pena!). Segue una perquisizione severa, con macchinario metal detector che per qualche strano motivo che non capisco spara dei soffi d'aria addosso alla gente.
Dentro la Statua ci sta un piccolo museo: ci sono alcuni pezzi dei calchi usati per costruirla (il mio preferito è l'orecchio della Libertà), immagini varie della Statua e centinaia di riproduzioni in vari materiali e dimensioni. Ci sono anche degli schermi che proiettano un filmato su come la Statua è stata costruita.
Dopo l'11/9 la Statua è stata in parte chiusa e non si può più salire fino alla corona: si arriva solo alla fine del piedistallo, che è alto circa 45 metri (la Statua è alta altri 45 metri).
Salgo le scale fino a dove si può, faccio il giro del piedistallo e qualche foto alla Statua e a NY vista da lontano. Torno giù, vado a recuperare la mia borsa e prendo il traghetto di ritorno, che passa da Ellis Island (dove però non scendo perché non mi basta il tempo). Sono circa le 12 quando torno sulla terra ferma e salgo in metropolitana, direzione Chinatown / Little Italy.

sabato 19 gennaio 2008

L'indiano e lo svedamericano

Metti una sera a cena, in un ristorante indiano da qualche parte qui in Virginia, un indiano e uno svedese-danese-americano.
Lo svedamericano si chiama Jonas e da quando è nato gira il Mondo, tant'è che non sa rispondere alla domanda "where are you from?". Perché lui è svedese, è danese ed è americano; ha vissuto in Svezia, Danimarca, Stati Uniti, Togo, Camerun, Dubai, Repubblica Ceca e forse qualcuno l'ho dimenticato. Non deve avere più di 27-28 anni, il che significa che in ognuno questi posti in media ci ha vissuto meno di 4 anni. Dei primi 3 ha la nazionalità, ma a nessun può dire di appartenere. Jonas è laureato in Business Administration e lavora in azienda: 50 settimane all'anno di lavoro, 2 di ferie.
L'indiano si chiama Prateek e viene dall'India e, più precisamente, dal Nord dell'India. Porta un anello con una grossa pietra verde al mignolo, un portafortuna in cui però non crede poi tanto: per sapere se davvero ti ha portato fortuna, dovresti rivivere la tua vita senza portarlo addosso.
Prateek ha scritto nella mano che lui diventerà ricco un giorno. Ma non si è ancora fatto un'idea di come possa venirgli questa ricchezza. Forse chi gli ha letto la mano si riferiva a "un altro tipo di ricchezza". Di certo sa che la "ricchezza materiale" non gli verrà dal lavoro. Lui è nato di domenica e considera questo un segno del destino: "Sono nato di domenica, non sono nato per lavorare".
Dice a Jonas che lui ha un lavoro, ma non lavora. Il biondo svedamericano non coglie la differenza e lui spiega: "C'è una differenza fra avere un lavoro e lavorare: avere un lavoro significa che qualcuno ti paga per farlo, lavorare significa fare qualcosa". E lui, Prateek, quel qualcosa non lo fa.
In ufficio la sua unica preoccupazione è quella di sembrare indaffaratissimo, pieno di lavoro fino al collo, in modo da farsi dare meno lavoro possibile dal suo capo. Lui fa finta di lavorare al solo scopo di non lavorare.
Jonas rabbrividisce, lo guarda come se fosse un alieno o un fantasma. "Ma se lavori di più, puoi guadagnare di più, essere promosso", dice. E Prateek: "No, dove lavoro io non puoi guadagnare di più e non ci sono neanche promozioni". Jonas non crede alle sue orecchie e si arrende e tace e sorride come chi ha capito di avere a che fare con un matto.

martedì 15 gennaio 2008

Recinzioni

Ecco una chicca: Nanni Moretti legge le "Recinzioni" di Johnny Palomba. (fonte: Tg2 Dossier di sabato 12 gennaio 2008).

video

sabato 12 gennaio 2008

Pantless Metro Day


Si è tenuto oggi, a Washington DC, il "Pantless Metro Day": tutti in metropolitana senza pantaloni!
...e, vi prego, non chiedetemi perché...

venerdì 11 gennaio 2008

Un Minotauro al Kennedy Center

January 11, 2008
Vinicio Capossela at the J. F. Kennedy Center, Washington DC
Eccentric Italian folk artist Vinicio Capossela presents music portraying entire worlds infested by demons, grace, shadows, lost souls, and losers.
...incredibile ma vero...
Torno dalla pausa pranzo e, prima di rimettermi al lavoro, do uno sguardo agli eventi del fine settimana. E che cosa spunta? Vinicio Capossela in concerto, a due passi dall'ufficio. L'orario è strano, le 6 di pomeriggio. L'ultima volta Capossela l'ho visto a Roma, terrazzo del Pincio, anche lì alle 6. Ma allora erano le 6 del mattino, per la chiusura della Notte Bianca 2006...
Non perdo l'occasione e mi informo sull'autobus che porta al Kennedy Center. E' un grande teatro, con diverse sale. Lo stile è quello solito americano: pomposo e magnificente, con il caratteristico effetto finto-lusso che qui piace tanto.
Appena entrati ci si ritrova in una galleria con moquette rossa e alle pareti appese le bandiere di tutti gli Stati. In fondo alla galleria c'è la sala con il palco dove, mentre arrivo, fa la sua apparizione il buon Vinicio.
Durante le prime due canzoni la platea sembra un po' perplessa: forse non si aspettavano un tizio con la maschera di Minotauro che muggisce sul palco... Poi però lui spiega le prime due canzoni e presenta la terza: "a mythological chachacha". La Medusa conquista il pubblico e la restante ora di concerto vola via. Si chiude con l'esilarante "L'uomo vivo (inno alla gioia)", con applausi ritmati e tutti in piedi.
Lui saluta, ringrazia, si scusa per non essersi potuto candidare alle presidenziale ma promette: "We'll do something else".

Ecco, dal sito ufficiale del Kennedy Center, il video della perfomance.

giovedì 10 gennaio 2008

Chiudere Guantanamo

"Guantanamo, 11 gennaio 2002 – 11 gennaio 2008: Amnesty International
rilancia la
campagna per la chiusura del centro di detenzione e la fine delle
detenzioni illegali.

Venerdi’ 11 gennaio ricorrera’ il sesto anniversario dell’apertura di uno
dei centri di detenzione piu’ tristemente famosi del mondo, diventato il
simbolo delle violazioni dei diritti umani nel contesto della “guerra al
terrore”: Guantanamo Bay.

L’impegno di Amnesty International, negli ultimi cinque anni, ha ottenuto
risultati importanti: centinaia di prigionieri rilasciati, prese di
posizione dei principali organismi internazionali, di leader politici e di
molti governi per la chiusura del centro di detenzione.

Tutto questo, tuttavia, non basta: Amnesty International proseguira’ la
sua campagna “Chiudere Guantanamo, ora!” fino a quando il centro di
detenzione non verra’ chiuso e i prigionieri non verranno sottoposti a un
processo regolare oppure rilasciati, per porre fine a queste e a tutte le
altre detenzioni illegali nel contesto della “guerra al terrore”.

Con questi obiettivi, Amnesty International organizza manifestazioni in
diverse citta’ italiane. Questi gli appuntamenti:

Ancona
12 e 13 gennaio dalle 16.00 alle 20.00
Manifestazione in tuta e banchetto per raccolta firme a Piazza Roma

Bologna
12 gennaio - Manifestazione in Piazza Re Enzo. Attivisti di Amnesty
International in tuta arancione per ricordare i prigionieri di Guantanamo.

Firenze
11 gennaio dalle ore 10.00 alle ore 17.00 - Presidio con tavolo per
raccolta firme e attivisti in tuta arancio, davanti al consolato USA, in
Lungarno Amerigo Vespucci 38

Foggia
11 gennaio dalle ore 17.30 alle ore 20.30 al Centro Commerciale Cristallo
-
Manifestazione e raccolta firme.
Sara’ allestita anche una postazione per scrivere lettere e cartoline a
due detenuti (Fawzi al Odah e Sami al Hajj) e alle loro famiglie, per
manifestare loro sostegno e incoraggiamento.

Milano
12 gennaio dalle ore 10 alle ore 20 in via Mercanti (lato Cordusio) -
Tavolini di raccolta firme e attivita’ di animazione.

Roma
11 gennaio ore 11 - Manifestazione di fronte all’Ambasciata Usa di Roma,
in via Veneto

Roma
11 gennaio ore 20 - Manifestazione Guantanamo. Per Non Dimenticare –
Caffe’ Fandango. Piazza Di Pietra, 32/33(zona Pantheon): proiezione del
film The Road To Guantanamo

Mestre
13 gennaio dalle 10 alle 18 - Manifestazione per raccolta firme in piazza
Ferretto


Da domani, sul sito
www.chiudereguantanamo.it, testimonianze sulle
condizioni nel centro e approfondimenti sulla sorte degli ex prigionieri,
sulla situazione dei detenuti “autorizzati per il rilascio” ma ancora
bloccati a Guantanamo e sul conflitto tra l’amministrazione Bush e la
Corte suprema federale Usa. Attraverso questo sito sara’ possibile anche
inviare messaggi di solidarieta’ a Sami al Hajj, giornalista della
televisione al Jazeera, detenuto a Guantanamo dal 2002."

lunedì 7 gennaio 2008

Fantapolitica

Ieri sera in TV hanno trasmesso il dibattito con cui si è chiusa la campagna elettorale per le primarie in New Hampshire. Dalle 19 si sono confrontati i candidati Repubblicani, intorno alle 9 è stato il turno dei Democratici.
Non ho seguito l'intero dibattito con grande attenzione. Sono rimasto però colpito dal modo in cui qui si affrontano le questioni di politica estera.
Non c'è differenza, di fatto, fra il modo in cui i candidati affrontano le questioni di casa propria e quello in cui parlano degli affari altrui. Parlano di rimuovere un capo di Stato di un altro Paese con la stessa facilità con cui da noi si parlerebbe di cambiare l'allenatore di una squadra di calcio. E a chi vuole fare in modo che il presidente di questo Stato (si parlava del Pakistan) si dimetta, risponde qualcun altro per dire che "no, non possiamo chiedergli di dimettersi, perché è stato eletto dal suo popolo; e poi non saremmo in grado di controllare le conseguenze! e allora è meglio che lo lasciamo al suo posto e gli diciamo noi cosa deve fare".
Ecco, non sembra sfiorare la loro mente l'idea che, forse, potrebbero farsi gli affari loro e lasciare che ogni popolo decida per sé.

L'altra cosa "divertente" è stata la lunga discussione dal tema: "Cosa farebbe se Lei fosse il Presidente, il giorno dopo un attacco nucleare ad una città americana?".
E tutti i candidati subito lì a cercare la risposta più convincente e ad argomentare facendo come se davvero gli Stati Uniti avessero appena subito questo gravissimo attacco. ...a questo punto comincio a pensare che la prossima domanda potrebbe riguardare un'imminente invasione aliena...

sabato 5 gennaio 2008

Di ritorno a Washington



Appena ritornato negli USA, dopo un viaggio ancora più lungo del primo per via del doppio scalo, mi frulla per la testa una domanda a cui non riesco a dare una risposta sensata: ma perché nei voli nazionali che durano un'ora o poco più si sta comodi come se si fosse in crociera e invece, in quelli transoceanici della durata di oltre 8 ore, sembra di essere in un autobus urbano?